La rivoluzione che cambiò il comunismo

Millenovecentocinquantasei, Ungheria. 6 ottobre: manifestazioni guidate dal circolo Petöfi per libere elezioni e riforme economiche. 23 ottobre: Imre Nagy, espulso dal partito comunista e dal governo nel novembre 1955, riassume la premiership. 4 novembre: l’armata sovietica occupa Budapest, reprime la rivolta nel sangue e arresta Nagy. 8 novembre: il governo dell’ortodosso János Kádár procede alla normalizzazione: esodo in massa dei profughi. Nel 1958 Imre Nagy verrà giustiziato. Dopo cinquant’anni in Italia si discute ancora su quei giorni drammatici, ma raramente con la memoria libera da pregiudizi. Le rievocazioni e le interpretazioni, anche dopo il lungo periodo trascorso, sono pilotate in buona parte da comunisti, ex comunisti e post-comunisti che tentano di esaurire nel loro universo ideale, politico e personale la vicenda ungherese. Che, però, non fu affatto una partita interna tra ortodossi-cominformisti ed eterodossi-riformisti, ma piuttosto uno dei momenti principali dello scontro fra totalitarismo e libertà. Uno scontro che ebbe come protagonista l’intero popolo ungherese e coinvolse politicamente, intellettualmente ed emotivamente buona parte dell’opinione pubblica europea e italiana.
E se nel nostro Paese fiorirono mugugni, distinguo e dissensi all’interno del «campo comunista» - valga per tutti Giuseppe Di Vittorio e il cosiddetto «Manifesto dei 101» - il «campo antitotalitario» non fu tenuto, come si è soliti ripetere, dalla destra anticomunista, bensì dal composito mondo antifascista non comunista e anticomunista democratico (liberali, socialisti umanitari, democratici, conservatori...). Il 1956 ungherese non fu un capitolo della Guerra Fredda intesa come contrapposizione fra una sinistra internazionale schiacciata sul comunismo sovietico e una destra internazionale a vocazione maccartista, ma tutt’altra cosa. Fu il confronto fra i comunisti totalitari e i democratici e liberali antitotalitari che in Occidente si riconoscevano in forze politiche e gruppi intellettuali ben distinti e antagonisti rispetto alla galassia parafascista e reazionaria. Ce lo ricorda anche Indro Montanelli che molto bene lo capì sul campo ungherese, tanto da essere sospettato dall’Espresso di inclinazioni socialdemocratiche (A. Benedetti, «La crisi di Montanelli», l’Espresso, 2-12-1956).
In Italia si continua a scrivere in ogni occasione di quel che avvenne nel PCI di fronte al 1956 ungherese, quasi che la rivoluzione fosse, secondo la bugia storiografica (prendo in prestito il lessico dall’ultimo Pansa), una questione interna al comunismo. Tipico, ad esempio, dell’autoreferenzialità comunista ed ex comunista è l’articolo di Mario Pirani «Allora è cominciata la lunga crisi del PCI», recentemente apparso sulla Repubblica (3-10-2006). Certamente ha fatto bene Giorgio Napolitano a dichiarare senza reticenze, di fronte alla tomba di Imre Nagy, non solo l’errore politico ma anche il rammarico personale per le proprie posizioni (togliatto-staliniane) di allora. Ma non si può che sorridere dei pontefici del comunismo che, con i loro tardivi piagnistei e le compiacenti autoflagellazioni autobiografiche, non riescono a cambiare d’una virgola la verità storica. Pietro Ingrao confessa che quando sparò sulla prima pagina dell’Unità «Da una parte della barricata a difesa del socialismo», cioè degli assassini sovietici, era posseduto da un forte turbamento attenuato solo dal senso del dovere di partito che gli imponeva di essere dalla parte opposta a quella degli Stati Uniti e del capitalismo, cioè dalla parte dei gulag. A sua volta Rossana Rossanda racconta (con eleganza) che a sentire Mario Alicata esaltare «l’esercito sovietico che stava difendendo l’indipendenza dell’Ungheria» gli venne voglia di «digrignare i denti», anche se poi tutto finì lì senza alcun significativo atto pubblico (Nello Ajello, Intellettuali e Pci, pagg. 414).
D’altronde i due grandi vecchi del comunismo italiano non fanno altro che accodarsi al Sartre che, in polemica con Camus, sosteneva che «anche se i lager sovietici esistessero, non dovremmo parlarne e scriverne per non scalfire la fede della classe operaia nel socialismo, nell'Unione sovietica e nelle democrazie popolari». Così, di fronte a tanti tormenti retrospettivi verrebbe quasi la voglia di esclamare «evviva Armando Cossutta» che dopo cinquant’anni, senza digrignìo di denti e pentimenti, seguita ad osannare l’Armata Rossa con la consueta scusa: «C’era stata Yalta. C’era l’equilibrio del terrore, bastava un nonnulla per innescare un disastro» («Io comunista. I pentiti non mi piacciono», Corriere della sera, 20-9-2006).
Anche i tanto osannati 101 intellettuali dissidenti in fondo non si dimostrarono capitani così coraggiosi, se è vero che anche da parte loro non ci fu alcuna reale rottura con l’universo comunista. Credevano quasi tutti nella «via italiana», magistralmente interpretata dal Togliatti che brindava ai carri armati sovietici, come ci riferisce Ingrao nella sua autobiografia Volevo la luna. Lo stesso Antonio Giolitti, considerato tra gli ispiratori del manifesto, al momento decisivo non lo firmò perché si trattava di un atto di indisciplina verso il partito. Anche quel documento (così glorificato dalla storia unidimensionale) che raccolse tante firme di giovani intellettuali di qualità (tra gli altri, S. Bertelli, L. Cafagna, L. Colletti, E. Siciliano, M. Tronti, A. Meccanico, A. Caracciolo, D. Puccini, T. Seppilli, A. Asor Rosa, P. Melograni, P. Spriano), dietro la prima fila di Carlo Muscetta, Natalino Sapegno e Gaetano Trombatore era «destinato esclusivamente al dibattito interno di partito» per cui, quando la notizia apparve sulla «stampa borghese», un nutrito gruppo di firmatari si dissociò dichiarando che «era stata carpita la loro buona fede» e che «la stampa non comunista aveva falsato lo spirito dell’iniziativa». In poche parole il dissenso, nella casa comunista italiana, si risolse in un affare di famiglia e non aveva nulla a che fare con una chiara scelta antitotalitaria.
Così, per capire il senso reale dello scontro del 1956 e liberarci dalle bugie memorialistiche e dalle distorsioni storiografiche proprie della letteratura egemonica facente capo alla tradizione comunista, occorre mettere da parte i barocchismi fioriti nei dintorni di Botteghe Oscure e concentrarci sul modo in cui gli antitotalitari liberali e democratici vissero effettivamente il dramma europeo. Come sempre osservava acutamente Raymond Aron circa la tesi sovietica della «contro-rivoluzione»: «L’insurrezione ungherese è sì contro-rivoluzionaria ma non perché vuole restaurare il regime precedente, ma nel senso in cui la restaurazione della democrazia parlamentare in Italia e in Germania è stata contro-rivoluzionaria rispetto al fascismo e al nazismo. Il ripristino delle istituzioni democratiche può essere considerato contro-rivoluzionario solo rispetto a una filosofia della storia che immagina una linea unica di evoluzione storica che pone il comunismo allo stadio finale».
Se in Francia solidarizzarono con gli insorti d’Ungheria personaggi del calibro di Albert Camus, Jean Marie Domenach, Edgar Morin, Margherite Duras, David Rousset e Vercors, in Italia la frontiera dell’anticomunismo democratico e liberale si organizza essenzialmente intorno a Il Mondo di Mario Pannunzio e all’Associazione Italiana per la libertà della cultura (AILC) di Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte e ad altri circoli terzaforzisti («Nord e Sud» di Francesco Compagna, «Il Mulino» di Nicola Matteucci e Pierlugi Contessi, «Il Punto» di Vito Calef, «Tempo presente», «Ragionamenti» di Pizzorno, «Comunità» di Adriano Olivetti, «Unione italiana dei circoli del cinema» di Franco Venturini, L’Espresso di Arrigo Benedetti...). Non è un caso che furono noti intellettuali democratici antifascisti ad intervenire nel fuoco della repressione sovietica sul Mondo. Franco Venturi scrive: «Quel che avviene sul Danubio non è che l’ultima tappa d’un cammino ormai lungo. Chiaro è ormai il ritmo con il quale sta avvenendo l’abbattimento del totalitarismo staliniano... Non è più tempo di “minimizzare” e di “giustificare” (come solo l’Unità tenta di fare) ma di capire e di lottare perché trionfi la logica della lotta per la libertà». Ed Aldo Garosci aggiunge: «Malgrado i pericoli che incombono sull’orizzonte della rivoluzione magiara, essa ha conseguito una prima, essenziale vittoria. Ha profondamente scosso la combinazione diplomatica che, attraverso Yalta e Potsdam, aveva tracciato un confine invalicabile tra le due Europe... Non è il prodotto della ragion di Stato ma della combinazione di sofferenze e di speranze, di ideali e di volontà pratiche che è l’essenza stessa della libertà».
Quando poi i neofascisti tentano di cavalcare l’insurrezione gridando a Montecitorio con Filippo Anfuso «Viva l’Ungheria libera!», gli anticomunisti liberali controbattono «Da chiunque fosse stato pronunziato quel grido avrebbe avuto un valore di testimonianza apprezzabile, da chiunque però che non fosse stato un fascista e tra i fascisti, per di più, proprio da Filippo Anfuso... A noi appare osceno che un uomo che mai si è battuto per l’Italia libera, inneggi adesso alla libertà di un altro paese... Gli ungheresi trasecolano al postumo omaggio di chi assolse alle sue funzioni di ambasciatore fascista sotto il giogo nazista» («Un mascalzone», Il Mondo).
Che l’insurrezione ungherese fuoriuscisse dalla logica e dall’orizzonte anche del revisionismo comunista all’italiana senza appartenere al «movimento controrivoluzionario organizzato dai governi imperialisti dell’Occidente e sostenuto dalla vecchia classe reazionaria» (Togliatti), era ben chiaro ai democratico-liberali come Ugo La Malfa: «Appaiono in questo documento \ critiche e posizioni che nulla hanno a che fare con la ideologia comunista, anche nella più recente formulazione krusceviana. E se le rivendicazioni degli intellettuali si vogliono far passare per concezioni compatibili con la ideologia comunista, la prassi politica si incarica di negarne qualsiasi validità. Non si può rispondere, tortuosamente e causidicamente, come Togliatti sull’Unità, dando agli intellettuali moltissimo torto e solo un impercettibile lembo di falsa ragione» («Comunismo e libertà», Il Mondo). Anche nella galassia delle altre riviste terzaforziste era chiara la consapevolezza di quel che stava accadendo a Budapest. Pier Luigi Contessi, direttore del Mulino, la rivista bolognese dei giovani laici e cattolici, si esprime con parole di fuoco: «Coloro che hanno preso scandalo della “ferocia” della reazione di Togliatti e dei suoi più fedeli seguaci, coloro che si sono stupiti che il ceto dirigente comunista prendesse partito per i carri armati sovietici... danno veramente prova di eccessivo candore. L’on. Togliatti e i suoi più fedeli amici non difendono solo l’imperialismo sovietico, la funzione guida del “primo paese”, della “grande patria del socialismo”; essi difendono qualcosa d’altro - e di più importante -: l’ideologia marxista-leninista («L’ora della verità», Il Mulino, novembre 1956).
Il manifesto «Per la libertà dell’Ungheria» degli intellettuali liberali e democratici vantava una chiarezza assai distante dalle contorsioni dei 101 dissidenti del PCI: «Gli intellettuali... condannano l’ingiustificabile aggressione consumata dall’URSS contro il popolo ungherese... Di fronte alla brutalità dell’intervento armato, al profilarsi di nuovi pericoli di guerra, e alle speculazioni e minacce delle reazioni fasciste, gli intellettuali italiani... rivolgono un appello affinché al popolo ungherese sia restituito il diritto di scegliere, in piena libertà, quelle istituzioni che meglio rispondano agli ideali democratici...». Firmato, tra i tanti, da Arrigo Benedetti, Walter Binni, Norberto Bobbio, Federico Chabod, Vittorio de Caprariis, Ennio Flaiano, Enzo Forcella, A.C. Jemolo, Ugo La Malfa, Giulia Massari, Eugenio Montale, Adriano Olivetti, Geno Pampaloni, Mario Pannunzio, Rosario Romeo, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Eugenio Scalfari, Leo Valiani e Umberto Zanotti Bianco, oltre che da Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone che guidavano l’AILC e «Tempo presente» nella rete internazionale del «Congrès pour la liberté de la culture».
Ed è proprio per la loro volontà che si sviluppa il dibattito intellettuale sulla contrapposizione tra verità/libertà e ragion di Stato: «Gli intellettuali ungheresi hanno riscattato la dignità da tempo compromessa del mestiere intellettuale, hanno mostrato una volta per tutte, contro l’andazzo dei tempi, che l’intellettuale oggi non ha altra scelta se non di rappresentare la libera coscienza del vero, oppure di non rappresentare nulla affatto, neppure se stesso. E quanto più estrema la situazione, tanto più impellente la scelta. La situazione dell’Europa oggi è estrema. La libertà nella verità oppure la forza cieca» (Tempo presente, novembre 1956).
È così che gli intellettuali della «libertà della cultura» espressero il movimento antitotalitario europeo, contrapposto al comunismo ed alla destra autoritaria. Ignazio Silone lo aveva già pubblicamente testimoniato con Uscita di sicurezza che, assieme agli interventi di Louis Fisher, André Gide, Arthur Koestler, Stephen Spender e Richard Wright, avrebbe costituito la classica requisitoria contro il comunismo che prese il nome Il dio che è fallito (pubblicato in Italia nel 1950 dalla casa editrice Comunità); e Nicola Chiaromonte con Il tempo della malafede aveva offerto insieme ai contributi di Hannah Arendt un solido punto di riferimento del pensiero antitotalitario. Ma l’attiva solidarietà liberaldemocratica ed antitotalitaria agli insorti ungheresi non era solo intellettuale. A Roma come a Parigi e a Londra furono organizzate strutture per accogliere i profughi (che a centinaia di migliaia arrivavano da Budapest via Vienna) e per sostenere i perseguitati rimasti nelle galere ungheresi. Nella primavera del 1957 alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma fu organizzata dall’AILC una «Mostra d’arte per gli artisti esuli d’Ungheria» con un comitato composto da Ignazio Silone, Giuseppe Marchiori, Guido Piovene, Marco Valsecchi e Guglielmo Petroni, dai pittori Afro, Manca, Toti Scialoja, Giovanni Stradone e dagli architetti Luigi Cremona, Eugenio Rossi a cui donarono opere un centinaio di artisti.
Lo scrittore magiaro Paul Ignotus, processato nella purga in cui fu giustiziato Raik, tenne l’intervento principale «La responsabilità dell’intellettuale» all’Assemblea generale dell’Associazione per la libertà della cultura dell’aprile 1957. Albert Camus, Thomas Eliot, Karl Jaspers e Ignazio Silone presero un’iniziativa nei confronti del primo ministro normalizzatore János Kádár in favore degli intellettuali imprigionati. E a Bruxelles fu costituito l’istituto Imre Nagy di scienza politica su iniziativa del sindacato internazionale CISL appoggiato dai socialdemocratici-laburisti Denis Healy, Pietro Nenni e André Philip.
Sul piano storico nessuno dubita che i sovietici avrebbero comunque represso la rivoluzione ungherese e che l’Occidente sarebbe rimasto a guardare anche se non vi fosse stato in contemporanea Suez. Gli americani non avevano allora alcuna volontà di rischiare per «esportare la democrazia» (come si direbbe oggi) e tantomeno se ne preoccupavano gli europei, usciti da una catastrofica guerra. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica convergevano sì nella volontà di impedire la guerra atomica, ma per il resto si muovevano rigorosamente con l’obiettivo precipuo di controllare le rispettive sfere di influenza. Tuttavia se le armi non potevano accedere nel campo avversario, le idee e i valori potevano essere propagandati e penetrare attraverso i due campi. E come il comunismo aveva libero corso in Europa occidentale, altrettanto si poteva fare con la democrazia e la libertà nell’Europa orientale. È proprio ciò che fecero allora e continuarono a fare in seguito le forze e i gruppi antitotalitari di matrice liberale, democratica e socialista umanitaria che ancora oggi sono sottovalutati nella memoria e nella storia del nostro Paese che guarda a se stesso e al mondo con un filtro che lascia passare solo due colori: il rosso e il nero.
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