Il robot senza emozioni emoziona gli studenti

È alto come un bimbo di tre anni e mezzo, muove le mani, tocca gli oggetti e gattona né più né meno che un suo coetaneo. Soltanto che è un robot, anzi un cucciolo di robot («Icub») come lo ha affettuosamente ribattezzato suo «papà», lo scienziato Giorgio Metta, coordinatore del progetto europeo Robotcup curato dall'Istituto italiano di Tecnologia di Genova.
Icub è stato il piccolo grande protagonista (anche se non presente fisicamente) dell'incontro «Robotica cognitiva e intelligenza emotiva» tenutosi ieri nell'Aula magna dell'Albergo dei Poveri, su iniziativa di Enel per gli studenti delle scuole superiori di Genova. Seduti attorno allo stesso tavolo due personaggi apparentemente agli antipodi: lo scienziato - ricercatore dell'Iit e il medico - psichiatra - psicoterapeuta Raffaele Morelli, volto noto delle trasmissioni televisive. Nei panni di moderatore Massimiliano Lussana, caporedattore dell'edizione genovese de «Il Giornale». Ma perché un robot cucciolo? Prova a spiegarlo il ricercatore del dipartimento di Robotica: «Non certo per ragioni estetiche, ma perché, per conoscere la realtà esterna, deve avere un corpo in grado di muoversi, toccare, adattarsi». Quindi di imparare attraverso l'esperienza. Icub è alto poco più di un metro (103 cm), possiede 53 gradi di libertà (le possibilità di muovere le parti del corpo), è in grado di afferrare oggetti, sedersi, modificare espressioni della faccia e presto svilupperà anche il senso del tatto. Suscita simpatia e un bel po' di inquietudine. Sarà dunque un uomo in miniatura? «Qualsiasi robot, anche il più sofisticato, non avrà mai la capacità di emozionarsi di un uomo. Il migliore robot è sempre inferiore al peggiore degli uomini», la massima di Lussana. Anche se lo scienziato è più possibilista: «In linea di principio tutto quello che fa parte del cervello si può investigare, quindi anche la sfera emotiva; ma è troppo presto per parlare di applicazioni pratiche».
Chi non ne vuole proprio sapere, invece, è Raffele Morelli. Nel suo intervento non cita mai il cucciolo robot ma il concetto è molto chiaro: «Ciascuno di noi non solo possiede una sua intelligenza che dipende dal suo stare nel mondo, ma sprigiona anche le sue capacità intellettive più alte quando esprime il suo talento, la sua diversità, le sue caratteristiche». In una parola: la sua unicità. «La parte più profonda di noi è quella più nascosta», ricorda il medico agli studenti dopo averli invitati per un attimo a chiudere gli occhi «per percepire il proprio corpo e le proprie emozioni». Tutte cose che nessun robot oggi è ancora in grado di fare. Per fortuna.