Rom pirata rischia il linciaggio in aula

da Ascoli Piceno

È il giorno della prima udienza per Marco Ahmetovic, il rom 22enne che il 23 aprile, ubriaco, alla guida di un furgone, investì e uccise quattro ragazzi tra i 16 e i 18 anni di Appignano del Tronto. Nell’aula del tribunale di Ascoli Piceno ci sono, ad attenderlo, gli amici di Eleonora Allevi, Danio Traini, Davide Corradetti e Alex Luciani che non riescono a dimenticare quanto accaduto quella notte, né a perdonare. E loro, e tanti altri vorrebbero farsi giustizia privata. Quando Ahmetovic si presenta al giudice ha la testa bassa. È silenzioso. Come giustificare quattro morti? Ha scelto il basso profilo, quello del «pentito». Ma non convince. Dietro di lui, ci sono gli amici e i parenti delle quattro vittime che vorrebbero raggiungerlo. Superare il cordone di carabinieri e polizia che lo sta proteggendo. Vogliono linciarlo. «Assassino. Devi marcire in carcere», le frasi più tenere nei suoi confronti. Quella sera del 23 aprile, Ahmetovic, che rimase leggermente ferito, venne soccorso in ospedale dallo zio di Alex, Giuseppe Antolini, che oggi, ritrovandoselo davanti in tribunale, ne parla come di «un pericolo costante». E dà la colpa «allo Stato e alle istituzioni, perché quel campo nomadi e quella gente non dovevano stare lì». Una certezza che, ripetono tutti, «non ha niente a che vedere con il razzismo».
«Era meglio se non venivo, anzi è meglio se vado via, altrimenti mi sento male», mormora Filippo Giuseppe Allevi, il padre di Eleonora che è presente in aula assieme al figlio Leonardo, rimasto ferito quella maledetta sera nel tentativo, vano, di salvare la sorella. L’uomo, improvvisamente, però, si trasforma in una furia quando una ragazza minuta, dai capelli ricci e un viso «mai visto da queste parti», come confermano anche alcuni ragazzi, grida rivolta all’imputato: «Marco ti voglio bene. Siamo andati a scuola insieme, ti ricordi?» Di colpo Allevi si avventa contro questa giovane sconosciuta. Ci vuole l’intervento dei quaranta fra agenti di polizia e militari dei carabinieri presenti per ristabilire l’ordine. Lei fugge e sale su un’auto, lasciando una scia di mistero. Secondo alcuni rom non è la moglie di Ahmetovic. Potrebbe essere un’amica, ma l’imputato non si è neanche voltato a guardarla. Il suo difensore, l’avvocato Felice Franchi, ha presentato istanza di patteggiamento a tre anni e sei mesi per omicidio colposo plurimo, più sei mesi per resistenza e un mese di arresto per guida in stato di ebbrezza. Il pm Carmine Pirozzoli si è opposto e il giudice monocratico del tribunale di Ascoli, Emilio Pocci, si è riservato di decidere: il processo è stato rinviato al 17 settembre. Il rom per ora resta in carcere, e, così come riferisce l’avvocato Franchi, «prega, pentito per quello che ha fatto».
Le famiglie di tre dei quattro ragazzi falciati lungo la strada di Appignano del Tronto mentre andavano in motorino a prendere un gelato, ieri mattina si sono costituite parte civile. L’unica a non averlo ancora fatto è la famiglia di Alex Luciani che, però, in un secondo momento ha annunciato di essere pronta. L’assicurazione del furgone degli Ahmetovic (il mezzo è intestato alla madre di Marco) ha proposto un massimale unico di poco più di 700mila euro come risarcimento danni. «Una beffa» secondo gli avvocati di parte civile che hanno chiesto almeno il quadruplo. Ma non saranno certo i soldi a placare i familiari, né l’odio che ha indotto ignoti a dar fuoco per tre volte al campo nomadi di Appignano, né tanto meno l’intolleranza che, ieri, ha spinto alcuni dei presenti a scagliarsi anche contro il difensore di Marco Ahmetovic, costretto a farsi scortare fuori dal tribunale dai carabinieri, mentre la gente gli gridava «vergogna». «Dobbiamo lasciare che il giudice decida serenamente - è il commento equilibrato, se pur di un padre disperato per la perdita del figlio Davide, di Luigi Corradetti, carabiniere di polizia giudiziaria -. Certo è difficile spiegare certe cose a chi soffre così duramente. Dovete comprendere lo stato d’animo di tutti, ma so anche che tutti dobbiamo avere fiducia nella giustizia».