Roma: «Caro Buffon, ti dico come si guarisce»

Tony Damascelli

Flavio Roma sta come un principe. Non soltanto perché vive e lavora a Montecarlo, sito nel quale è difficile il mal di vivere, ma perché a Dublino ha capito che la vita è bella e il calcio ancora di più. La vita è bella perché tre anni fa a Flavio Roma accadde quello che è capitato a Gigi Buffon. E lui adesso lo ricorda e lo racconta.
«Era a Montpellier, nel gennaio del 2002. Una situazione di gioco simile ma non uguale a quella che è capitata a Gigi. Non avevo avversari di fronte, dovevo soltanto prendere un pallone, proteggendolo con il corpo, una serie di leve, un colpo forte alla spalla destra. Il dolore non fu lancinante, restai in campo per altri venti minuti, con il braccio addormentato».
E poi?
«E poi fu l’inizio di un’avventura incredibile. Sentii un dolore fortissimo. Era saltato tutto».
Tutto?
«Rottura della cuffia e distaccamento del tendine, roba da non credere. Andai a Lione, mi operò il professor Walch».
Che cosa le disse?
«Di lasciar perdere il pallone, di pensare soltanto alla mia vita, a curarmi. Nove mesi, non un giorno di meno, questa la prognosi. Mi misero un tutore enorme, un paio di viti nella spalla. Queste le conservo ancora, sì, sono allo stesso posto e non suonano al metal detector».
Come si vive per nove mesi senza football?
«Per tre settimane restai a Lione, Walch fu eccezionale, come psicologo, mi aiutò a capire. Poi tornai a Montecarlo, mia moglie Francesca mi aveva appena regalato il primo figlio, Riccardo. In verità il pupo ero io, per come ero bendato, per come mi dovevano aiutare a coricarmi nel letto, pancia in su, senza potermi girare e dovendo imparare a mangiare con la sinistra, una fatica enorme».
E poi?
«Deschamps mi suggerì di trascorrere la convalescenza in Italia, ci tornai per una sola settimana, preferii restare nel gruppo per non vivere da malato».
Il ritorno in campo.
«Ricordo la data: 8 di agosto, qualche peso in palestra, prima avevo fatto piscina. Quasi non ci credevo».
Primo pallone parato?
«Ettori era l’allenatore dei portieri. Mi disse: vado piano, non calcio forte. Gli risposi: e no, tira, calcia più forte che puoi, vediamo come reagisco, se mi fa male allora mollo, una volta per tutte, definitivamente. Calciò, mi tuffai, niente, nessun dolore, una bella parata. Eccomi qua».
Non male, al posto di uno che si è fatto male come lei.
«Ero davanti al televisore, con mia moglie, per vedere il trofeo Berlusconi, quando Buffon si è scontrato con Kakà, quando ha aperto la bocca urlando per il dolore ho capito che si era rotto la spalla, sono stato subito pessimista».
Per portarsi avanti con il lavoro.
«No, chi avrebbe mai pensato che sarebbe toccato a me. Gigi tornerà in campo, non conosco esattamente la diagnosi del suo infortunio ma io posso essere un buon esempio. Gli suggerisco di avere pazienza, di seguire scrupolosamente quello che i medici gli diranno, di non anticipare nemmeno di un giorno la ripresa della preparazione e di svoltare a livello psicologico, la spalla guarisce ma deve guarire innanzitutto la testa. In questo senso saranno importanti per Gigi la famiglia, gli affetti, il gruppo e anche i medici, Walch fu per me determinante».
Intanto Falvio Roma gioca e para.
«Spero di restare nel gruppo della nazionale, spero di far parte della spedizione mondiale, il calcio italiano ha una brutta fama all’estero e noi con la nazionale azzurra abbiamo il dovere di rilanciarlo».
Nessuna nostalgia dell’Italia, di un club di serie A?
«No, lo dico senza un attimo di esitazione e senza diplomazia. Sto bene qui, non perché è Montecarlo ma perché sono fuori dalla mischia, da quel mondo che, credetemi, non è bello a guardarlo da fuori».
Dica la verità, lei si chiama Roma, è nato a Roma e pure in via Roma?
«No, ma in via Roma abitavo a Verona».