A Roma non serve il Gp Per dare spettacolo le bastano questi politici

Caro Granzotto, alla capitale non bastano i grandi monumenti dell’antichità, i ricchissimi musei e nemmeno l’essere il centro della cristianità, con i vantaggi per il turismo che ne derivano. Ispirandosi forse all’esempio del suo penultimo sindaco, che non si accontentava di essere se stesso ma ambiva a identificarsi, uno e bino, nei fratelli Kennedy, o con Bill Clinton, o Albert Schweitzer, Roma vuole avere ciò che hanno le altre città del mondo. Vuole essere Venezia con il suo festival del cinema. Vuole per la seconda volta le Olimpiadi (non potendo aspirare a quelle invernali). Vuole sottrarre a Monza il GP di Formula 1... Alla faccia del decentramento! Un suggerimento agli attuali amministratori: Roma potrebbe requisire la Sacra Sindone a Torino per essere anche sabauda, l’ampollina con il sangue di San Gennaro a Napoli per acquistare anche un po’ di folklore partenopeo. Potrebbe anche sembrare Londra se sostituisse l’elmo dei corazzieri del Quirinale con il colbacco delle Life Guards della regina. Potrebbe sottrarre l’Oktober Fest a Monaco di Baviera, il Concerto di Capodanno a Vienna, l’encierro (la corrida per le strade) a Pamplona, etc. Basta un po’ di fantasia e di intraprendenza per diventare un centro veramente internazionale.
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Da tempo i sindaci, non tutti ma quasi tutti, governano le città all’insegna dei circenses, caro Garberoglio. Pensando che sia la strada più facile e rapida per riscuotere quel consenso, quella popolarità e visibilità che sono poi le uniche cose che interessano a un politico consapevole di non potersi imporre per l’insieme degli aspetti intellettuali che chiamiamo personalità. Facendo divertire la plebe, essi pensano, nessuno si lamenterà della sporcizia, delle buche, dei marciapiedi aggrediti dalle automobili, dei servizi pubblici ansimanti, degli edifici imbrattati dai writers, della polluzione, dell’accattonaggio, dei vuccumprà e vullavà e di ogni altra cosa che dal punto di vista della qualità della vita per il cittadino costituiscono il panem. Roma, come al solito, tracciò il solco: correva l’anno 1977 e l’assessore alla cultura della giunta (rossa) capitolina, Renato Nicolini, se ne uscì con l’«effimero». Un effimero culturale, come sbagliarsi, che si materializzava nella «Estate romana», accozzaglia di «culture» alte e basse, di canti, balli, proiezioni cinematografiche, teatro popolare e teatro di Brecht, corse nel sacco e sedute di autocoscienza, buzzico rampichino e letture di Dante, sagre della porchetta e delle ancora non dilaganti schifezzuole arabe, tornei di battimuro e di passatella, dilettanti allo sbaraglio e tableaux vivant che ripercorrevano episodi salienti della Roma antica, dal «Tu quoque Brutus» alle oche del Campidoglio che salvano l’Urbe dalle orde di Brenno.
L’«Estate romana», per intenderci, è la nonna delle «notti bianche», sciatte e ciabattanti iniziative (culturali, va da sé) ormai di rigore anche a Lumatrona o a Borgo San Dalmazzo. Ed è la mamma di tutte le altre trovate atte a distrarre, in un putiferio di iniziative più o meno sgangherate - ma sempre d’impronta «culturale», ovvio - la plebe cittadina. Oltre che a dar lustro mediatico alla città e pertanto al suo sindaco. Lei, caro Garberoglio, elenca una serie di possibili scippi («culturali») che potrebbero tornare a fare di Roma una autentica Caput Mundi festaiola. Non escludo che il bravo Alemanno non abbia già fatto un pensierino su un paio di essi. L’encierro, a esempio, per le vie di Trastevere aggiungerebbe un tocco hemingweiano a una Roma tuttora molto Sor Capanna. Ma in ogni caso sarebbe un di più perché la vera eccellenza romana nell’ambito dello spettacolo, dei circenses, resta il Palazzo. In quanto show, in quanto rappresentazione circense, non lo batte nessuno.