Roma veltroniana: un falso mito

Massimo D'Alema ha scoperto nel 2006 che girare in bicicletta per Roma è piacevole e che esistono delle piste ciclabili usate da «un'intera comunità che vive così, che ha conquistato lo spazio urbano, che si riconosce e si saluta». Avrebbe potuto scoprirlo anche dieci o quindici anni fa, ma come si sa la sinistra arriva sempre in ritardo. Pedalare lungo gli itinerari protetti, e anche in centro, consente di vivere un'altra dimensione della città, quella che volgarmente si chiama il villaggio e, appunto, comunità nel gergo «politicamente corretto». Quando poi si va a piedi, per un tragitto di mezz'ora, bisogna sempre mettere in conto almeno quindici minuti di chiacchiere e di caffè. Perfino in autobus capita di imbattersi in conoscenti o vecchi amici. L'altro giorno ho trovato sul 62 l'ex vice sindaco, Walter Tocci, il quale simpaticamente ha ironizzato sul fatto che proprio lui, alla vigilia del Giubileo, aveva ridisegnato il sistema del trasporto urbano e che, ciò nonostante, riusciva ad usare i mezzi pubblici.
Non so però quanto questo sia un esempio del «modello Roma» che D'Alema ha celebrato con Walter Veltroni, il sindaco che tutti i rilevamenti d'opinione indicano come una figura molto amata dai suoi concittadini e la più gradita in senso assoluto dagli elettori del centrosinistra. Le esperienze personali spesso ingannano. Su uno degli ultimi numeri del Mulino, che non è una rivista delle forze oscure della reazione, uno studioso come Antonio Tamburrino buttava lì che nella capitale c'è la maggiore percentuale mondiale di automobili per abitante, oltre a mezzo milione di motorini, e che i romani detengono il poco invidiabile record di poter compiere solo due spostamenti al giorno, casa-lavoro e viceversa. Una semi paralisi. Forse non sentono la necessità di farne di più, forse semplicemente non possono, non ci riescono. Diciamo allora che c'è una comunità o, per dirla con Antonhy Giddens, una community sorridente di pedoni e di ciclisti e ce n'è un'altra, un po' più larga stando alle statistiche, che è afflitta dalla mobilità più difficile esistente in un'area metropolitana del pianeta.
Non so se sia stato calcolato il costo di questa situazione e neppure se sia calcolabile. Quel che so è che una delle due grandi caratteristiche di Roma è la lentezza dei suoi tempi, non solo per muoversi, ma per tutto. Mesi per ogni opera, come pavimentare con i classici sanpietrini una strada del centro storico da trasformare in isola pedonale, appunto il tempo per creare una community tra gli abitanti e gli operai che vi lavorano. Anni per ogni decisione di interesse pubblico. Decenni per realizzare una linea di ferrovia sotterranea, tra il dibattito preliminare e la sua realizzazione. E così via. Anche in questi casi c'è da chiedersi con quali costi.
La seconda grande caratteristica è costituita dal divario tra la realtà e l'immagine che ne viene data, fondata non sul funzionamento di una moderna metropoli, ma su eccitazioni spettacolari, a cominciare dall'invenzione delle notti bianche, e sull'artificio politico della «concertazione» cittadina. Già, perché il metodo dell'amministrazione Veltroni è quello di evitare i conflitti e di mediare sempre fra gli interessi di gruppi e l'interesse della collettività, diluendo su quest'ultima l'onere delle intese, come nel caso delle licenze per i taxi. Si tratta di un'invidiabile strategia del consenso. C'è un potere pubblico che concede tutto a tutti, dai centri sociali ai commercianti, e c'è una città che si sente alleggerita di ogni responsabilità e di ogni dovere. Ma quanto costa questo modello di welfare community?
Non conosco le cifre, ma sospetto che il Campidoglio sia un'enorme voce di spesa, un'isola felice nell'eurozona e nelle ristrettezze del Patto di stabilità. Altro che modello per Palazzo Chigi. Non a caso Veltroni ha proposto «un patto per Roma» proprio a Romano Prodi, che consiste - lo si può facilmente intuire - essenzialmente nel batter cassa, allo scopo di celare i giganteschi problemi della metropoli con la grancassa di un modello che ha trasformato le mitologie dell'effimero in una regola.