Disabile chiusa in casa per colpa della burocrazia vince la sua battaglia con il Comune di Roma

Dopo aver passato più di due mesi segregata a casa, Claudia ha vinto la sua battaglia con il Comune di Roma, ma rimane l'amarezza: "Per l'amministrazione siamo solo numeri"

È una storia a lieto fine quella di Claudia Bova. Da ieri la trentenne è di nuovo libera dopo più di due mesi di “arresti domiciliari”. La sua colpa? Vivere in una città dove la burocrazia non ha occhi né cuore. Dove nel nome del rispetto delle regole si consumano ingiustizie. La sua vicenda è emblematica. Nonostante l’atrofia muscolare spinale (Sma) che la affligge, si è vista negare un servizio essenziale come quello alla mobilità. La sua domanda di partecipazione al bando per il trasporto individuale delle persone con disabilità è stata bollata come inammissibile e rigettata.

Un vero e proprio dramma. I problemi sono iniziati con il nuovo regolamento sul trasporto disabili del Comune di Roma. Tra i documenti che la ragazza avrebbe dovuto allegare alla richiesta c’è anche il contrassegno speciale di circolazione. Ma Claudia che non possiede un’auto e non può guidare non l’aveva rinnovato. “Così – racconta sua madre, Giuseppina – da un giorno all’altro ci hanno sospeso il servizio di mobilità individuale”. Da quel 30 settembre inizia la prigionia. Le due donne, che vivono in una casa popolare al Tiburtino III, non possono farsi carico degli spostamenti. Neppure di quelli che Claudia deve affrontare più volte per raggiungere il Policlinico Gemelli: circa 400 euro al mese. “Noi – spiega la mamma – quei soldi non li abbiamo, sommando le nostre pensioni arriviamo a stento a fine mese”.

“È stato terribile – ci racconta la ragazza con un filo di voce – perché non potevo più uscire, nemmeno per andare in ospedale o da un’amica per passare delle ore diverse, solo casa, quattro mura e basta”. Claudia però non si perde d’animo e scrive una lettera al sindaco Virginia Raggi. Una richiesta d’aiuto che finisce su Facebook e diventa una raccolta fondi. L’idea è di Daniela, che come Claudia combatte con la Sma da quando era piccina. “Mi sono sentita in dovere di aiutarla – ci dice – perché so cosa significa non poter uscire, so cosa significa combattere con la prepotenza di una burocrazia sorda e cieca”. Settimana dopo settimana il caso di Claudia commuove la rete. Le donazioni si moltiplicano e inizia il tam-tam mediatico. Radio e giornali parlano di questa ingiustizia per giorni, ma l’unico a raccogliere il suo appello è il consigliere comunale di Fratelli d’Italia, Francesco Figliomeni.

Arriviamo allo scorso martedì, la Giornata internazionale delle persone con disabilità. Claudia raccoglie le poche energie rimaste e raggiunge il Campidoglio. Ad aiutarla nell’impresa è Figliomeni. “Ho mandato un taxi attrezzato con pedana a mie spese a prenderla, perché – dice – voglio far vedere a tutti i consiglieri e al sindaco Raggi qual è la sua situazione”. Quando Claudia scende dal mezzo è pallida e frastornata, ma le torna subito il sorriso nel vedere che ci sono degli amici ad attenderla. C’è Daniela, che ormai l’ha presa sotto la sua ala protettrice, è c’è anche Elisabetta, che è una disabile visiva. “Il problema di Claudia – ragiona quest’ultima – è la punta di un iceberg, Roma per noi è invivibile, solo se hai una grande forza di volontà riesci ad affrontare le buche, i sanpietrini, i mezzi pubblici inaccessibili”.

Dopo qualche minuto arriva anche il disability manager del Comune, Andrea Venuto, a dare la buona notizia. L’odissea della trentenne è finita. Anche se il merito non è certo dell’amministrazione (“Claudia – ripete il manager alla ragazza – non puoi chiederci di fare un illecito amministrativo”). “Ci ha chiamato uno dei vettori che si occupa del trasporto – annuncia – e si è fatto avanti per portare gratuitamente Claudia a partire da domani”. Questo finché Claudia non rientrerà nella nuova graduatoria. “Oggi – prosegue – abbiamo pubblicato il bando per dare la possibilità a chi è rimasto escluso di usufruire del servizio”. Claudia è soddisfatta, ma rimane l’amarezza: “Noi siamo solo numeri e tasse, non siamo persone”.