ROSSANDA Alice nel Paese della Rivoluzione

Il carattere «militare» del partito, il legame ferreo con l’Urss. E infine l’esperienza estremistica che «non funzionò»

«Noi del Pci almeno non avevamo le mani sporche di sangue. Perché non eravamo al potere? No, eravamo diversi. Quanto diversi?». Nella sua autobiografia, Rossana Rossanda si pone il quesito di chiunque sia stato comunista. Che corresponsabilità ho avuto, io militante italiano, nella storia di un movimento che nasce a Mosca nel 1917 e muore a Mosca nel 1991? È la molla che spinge tanti ex Pci, come piccole lady Macbeth, a controllarsi le goccioline di sangue sulle mani e a scrivere memorie. Quelle buffamente retoriche e nostalgicamente elusive di Armando Cossutta, le untuosamente reticenti di Giorgio Napolitano, le burocraticamente insipienti di Piero Fassino.
Lo scritto della grande sacerdotessa del manifesto è di una pasta diversa, non impestata dalla langue du bois, la lingua di legno cominternista. La finezza d’introspezione e la qualità letteraria sono evidenti in La ragazza del secolo scorso (Einaudi, pagg. 386, euro 18). Le sue sensazioni da ragazzina: «I maschi erano impicciati da quel coso tra le gambe e noi belle intere come un ovetto»; «Il maledetto seno spuntava o no?». E da donna: «Una figlia e una madre sanno poco l’una dell’altra per difesa e affetto e pena». «Avevo pensato alla coppia come a una somma dei due che eravamo, ma non era così ciascuno porta bisogni e turbolenze, se ne attende un acquietamento e più patisce quanto meno c’è da rimproverare all’altro». Spiegano il suo essere maestra di stile giornalistico.
Nel libro c’è una straordinaria capacità di «vedere» che aiuta a leggere la sua vita nel Pci (solo poche le frasi disturbate dall’enfasi da ingraiana). Ma la capacità di vedere non è comprensione del contesto. Rossanda appare una sorta di Alice nel paese della rivoluzione. Con onestà tratteggia la sua presa di coscienza politica e il passaggio al comunismo, avvenuto in età giovanissima: «Ce n’è voluta per mettermi le spalle al muro». «Né avrei potuto gridare un giorno: “Io c’ero”. Io mi ci sono trovata». Della sua militanza comunista come essere parte di un fronte della guerra (per fortuna fredda, negli ultimi trentacinque anni) civile europea, Rossanda non riesce a farsi una ragione. Anche se si vanta che «la guerra mi aveva vaccinata, non ero più una ragazzina». «Ero una tosta».
Descrive con cura il carattere «militare» della sua esperienza. Aderire è essere reclutati: «Addio alla mia intangibilità, addio al sobrio e tiepido futuro, alle lodevoli ambizioni, addio all’innocenza». Uscire dall’apparato è disertare: «Avevamo tutti contro, impazzava la Guerra fredda, sarebbe stato come squagliarsela». «Da qui non si esce senza tragedie». Lo spirito è temprato dalla violenza: «Non ci aiutavano le tempeste - per l’esattezza le forche - dell’Europa orientale». La virtù è la disponibilità al sacrificio: «Appena uscita da una malattia ai polmoni che aveva incantato i compagni - la sinistra apprezzava chi si ammalava di troppo lavoro, e si entusiasmava se ci morivi». Quando trova un momento per poter viaggiare e visitare musei, lo descrive come una licenza: «Fu la breve stagione in cui non ci funestò alcun senso di colpa nel buttarci verso il meglio».
I capi del partito le parlano come lo stato maggiore tratta un ufficialetto. Così Luigi Longo: «Ascoltate. Io non invito a cena nessuno, sono avaro. Ho invitato voi perché i vostri compagni mi hanno detto che facevate obiezioni all’incarico. Vi ho spiegato perché la direzione ha deciso che veniate a Roma. Non fatemelo ripetere». La base comunista si comporta come un esercito: «C’è del patetico nel suo marciare verso ogni disastro pur di non indebolire il segretario in carica, simbolo della sua forza». Quando descrive il sentimento più profondo da lei provato, riporta le parole dei grandi del Novecento sulla vita in armi: «Ci mettevamo nelle mani l’uno dell’altro. Molti attraversano la vita senza conoscere questo rapporto che per molto tempo avrei avuto, allora e dopo, dovunque andavo, e non ha pari».
Questa è la Rossanda «ufficiale» di un esercito internazionale. Ma pur descrivendo passo per passo il legame di ferro con l’Urss: da Tito alla morte di Stalin, all’Ungheria, al ruolo che Togliatti ha nel licenziamento di Kruscev, fino alle contorsioni della condanna all’invasione in Cecoslovacchia a cui segue, però, l’espulsione del suo gruppetto innanzi tutto per antisovietismo, lei non prende atto della realtà: «All’Urss avevo pensato, prima del 1956, come a un’eredità pesante ma pulita». «Partii senza angoscia e in quella prima visita di Mosca dei crimini non capii niente». «Io so perché non m’interrogai sull’Urss e quelle che si chiamavano democrazie popolari. Non per troppo oscurità e silenzio, come nel 1938 sugli ebrei, ma perché nel 1948 il frastuono sull’est saliva al cielo».
«L’aiuto in denaro di Mosca non fu essenziale alla nostra esistenza e, per quel poco che potevo vedere, copriva soprattutto, e non interamente, la voragine della stampa». «Finché l’Urss è stata un segno di contraddizione, perfino suo malgrado, sulla scena internazionale mi sono detta che bisognava tener fermo e aspettare». «A mezzo secolo di distanza stento a capire come in Europa si temessero tanto i comunisti». «La rete clandestina della quale non ho saputo mai misurare lo spessore». Rossanda si stupisce di una vecchina russa quando le chiede: «Ma lei perché venne ad aiutare Stalin?». Si vergogna quando Anna Achmatova si rifiuta di stringerle la mano. Vive in un esercito che presiede un fronte, più che combattere, nella grande guerra civile europea durata dal 1914 al 1991, ma non ne prende atto. Neanche oggi. Significherebbe registrare il fallimento.
Mentre lei contrastò chi come Giorgio Amendola e in parte Luigi Longo cercarono la via d’uscita verso la riunificazione con la socialdemocrazia. Il suo rifiuto - si comprende dal libro - è più che ideologico, mitologico (la Cina, il 1968, una trascolorata occupazione di Mirafiori) ed estetizzante, il rifiuto come dice lei di vivere da «mezza calzetta». «Non funzionò»: commenta così l’esperienza estremistica di cui non scrive nel libro. Non ebbe successo l’impossibile rivoluzione, ma i guasti di una contestazione generazionale finita in una jacquerie senza senso sono di fronte a noi.
A Milano hanno colpito proprio quello che era più caro a Rossanda e che lei alla Casa della Cultura contribuì ad affermare: le grandi cattedre di filosofia teoretica, morale e della scienza, la scuola di sociologia, l’inimitabile lezione degli architetti milanesi trovarono una vetrina nel centro culturale rossandiano negli anni Cinquanta e sono andati in crisi proprio grazie al 1968.