«Con la Ru486 dieci volte superiore il rischio di morire»

Stefano Filippi

Il professor Michael F. Greene è un luminare di ostetricia, ginecologia e biologia riproduttiva alla prestigiosa Medical school di Harvard e direttore di ostetricia al Massachusetts general hospital di Boston. Il suo editoriale apparso il 1° dicembre scorso sul New England journal of medicine, una delle più autorevoli riviste mediche al mondo, non ha varcato di molto le soglie dei circoli scientifici e degli ambienti «pro life». Eppure contiene un dato sconcertante: la mortalità da aborto chimico è dieci volte maggiore rispetto a quella da aborto chirurgico. Negli Stati Uniti le morti da pillola Ru486 sono 1 su 100mila, mentre quelle provocate da interruzione di gravidanza chirurgica sono 0,1 su 100mila.
Lo studio considera le 460mila procedure con la Ru486 eseguite negli Usa dopo l’introduzione della pillola, decisa dalla Food and drug administration (Fda) il 28 settembre 2000, e le quattro donne morte per un’infezione da Clostridium sordellii contratta dopo avere assunto il farmaco. Questo dato (rischio di mortalità pari a circa 1 su 100mila) è paragonato al tasso di mortalità con l’aborto chirurgico: un valore che varia a seconda della settimana in cui avviene l’interruzione di gravidanza. Si va dallo 0,1 per 100mila all’ottava settimana di gestazione fino all’8,9 per 100mila alla ventunesima settimana e oltre. E siccome il mifepristone (cioè il principio attivo della Ru486) è approvato per abortire entro la settima settimana, il valore da considerare è il primo.
Il rischio di morire per aver preso la pillola è dunque dieci volte superiore a quello per avere abortito in sala operatoria. Greene non s’inoltra a esaminare le cause dei decessi, ma si limita a ricordare che la Fda ha impiegato 54 mesi per approvare il protocollo della Ru486 contro una media di 15,6 mesi per le altre molecole di nuova introduzione e ha emesso due «warning» nel breve arco di otto mesi a causa degli imprevisti effetti collaterali che hanno costretto ad altrettante modifiche dei foglietti illustrativi.
Proprio alle complicanze mediche indotte dalla Ru486 è dedicata una ricerca che verrà pubblicata sul numero di febbraio della testata scientifica The annals of pharmacotherapy, ma consultabile già da fine dicembre sul sito internet della rivista. Due studiose, Margaret M. Gary e Donna J. Harrison, hanno preso in esame le 607 pazienti che in quattro anni (dal settembre 2000 allo stesso mese del 2004) sono state segnalate alla stessa Fda per aver fatto registrare «adverse event reports» nei trattamenti con Ru486. Le ricercatrici avvertono che la casistica è incompleta e la relativa documentazione spesso lacunosa, tuttavia la ritengono sufficiente per avere un quadro dei rischi legati all’uso della pillola abortiva. Il rapporto, prima di essere messo a disposizione della comunità scientifica, è stato consegnato alla Fda: solamente una parte delle complicanze, infatti, era emersa dai test clinici eseguiti durante la fase sperimentale che ha preceduto la commercializzazione della Ru486.
Gli effetti collaterali più frequenti sono stati emorragie (237 casi) e infezioni (66): queste ultime meno numerose ma assai più gravi, poiché includono sette choc settici che hanno portato alla morte di tre donne mentre le altre quattro sono state in pericolo di vita. Un solo caso di emorragia è stato fatale e in 42 c’è stato pericolo di vita. In tutto i medici hanno dovuto ricorrere a 68 trasfusioni di sangue e sono stati necessari 513 interventi chirurgici, di cui 235 di emergenza.
Alcuni episodi sono davvero clamorosi: 17 volte si è dovuto operare d’urgenza (e una donna è deceduta) per gravidanze extrauterine non diagnosticate per le quali la Ru486 è controindicata. Secondo la ricerca, otto sono complessivamente le giovani morte dopo l’uso del mifepristone: cinque erano originarie degli Stati Uniti (l’articolo del professor Greene ne cita soltanto quattro), le altre vivevano in Canada, in Gran Bretagna e in Svezia.