Ruby, la verità sulla telefonata del premier

Al momento della chiamata notturna al capo di gabinetto della questura, Berlusconi non
sapeva che Ruby fosse stata accusata di furto. Nessuna pressione sulla
polizia milanese e mai affermato che fosse parente di Mubarak: è stata
la ragazza a raccontarlo. <strong><a href="/interni/il_rapporto_maroni_tutto_regola_quella_notte/01-11-2010/articolo-id=483942-page=0-comments=1">Il rapporto Maroni: tutto in regola quella notte
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Milano - Il racconto di Silvio Berlusconi inizia con una telefonata ricevuta la sera del 27 maggio. A chiamarlo - è il ricordo del premier raccolto dal Giornale - è una conoscente. Ruby è in questura, gli dice. Il presidente del Consiglio non conosce il motivo per cui la giovane marocchina si trovi negli uffici di via Fatebenefratelli. «Non sapevo che fosse accusata di furto». Ad ogni modo, il Cavaliere decide di chiamare il capo di Gabinetto Pietro Ostuni «per sapere cosa fosse successo».

È nel corso di quella telefonata che il Cavaliere apprende che Karima H., alias Ruby Rubacuori, è stata fermata per aver rubato del denaro dall’appartamento di una conoscente, non ha con sé i documenti, è minorenne, i genitori non sono rintracciabili, e le comunità di accoglienza - in cui la ragazza sarebbe potuta finire - non avevano posti disponibili. «Ho pensato di darle un aiuto», spiega. «Che cosa è possibile fare?», domanda il premier a Ostuni. E così si mette in moto il meccanismo che porta alla bufera del «caso Ruby» e alle accuse di abuso di potere. La verità di Berlusconi, però, è un’altra.
Nessun abuso, assicura. Perché di fronte al tentativo di trovare per la giovane marocchina una soluzione che non fosse una notte passata in questura, Ostuni avrebbe aperto uno spiraglio.

E non perché il premier abbia speso il nome del presidente egiziano Hosni Mubarak. «Non ho mai detto che fosse la nipote di Mubarak - garantisce Berlusconi -, era lei che aveva raccontato di essere egiziana e di avere una parentela con Mubarak». Ad ogni modo, il capo di gabinetto spiega che «ci vuole una persona che si assuma la responsabilità dell’affido». E così - nel racconto di Berlusconi - entra in scena Nicole Minetti, ex igienista dentale e ora consigliere regionale del Pdl. «Ho chiamato la Minetti - ricorda il Cavaliere -, le ho spiegato la situazione e le ho chiesto di andare in questura. Lei mi ha risposto che non avrebbe potuto ospitare la ragazza. Le ho detto che era sufficiente che se ne assumesse la responsabilità».

La seconda telefonata in via Fatebenefratelli, ricorda ancora il premier, la fa il suo caposcorta. Una chiamata per assicurare che una persona (la Minetti) sarebbe arrivata di lì a poco per prendere in custodia Ruby, e per essere informato sull’evoluzione della vicenda. È mezzanotte circa. Nel giro di due ore viene redatto il verbale di collocamento (e non affidamento) provvisorio. Ruby e la Minetti escono assieme dalla questura. La giovane marocchina, poi, passerà la notte da un’amica brasiliana.

Una verità, quella di Berlusconi, che arriva nel pieno di uno scontro frontale tra Questura e tribunale per i Minori. Perché sabato sera, dagli uffici dell’ex questore Vincenzo Indolfi, spiegavano che il collocamento della giovane marocchina alla consigliera regionale lombarda Minetti era stato firmato dopo aver ottenuto il consenso del magistrato di turno. Opposta e inconciliabile, invece, la versione del pm Annamaria Fiorillo. Contattata più volte dalla polizia, infatti, non avrebbe dato l’autorizzazione al collocamento. E, anzi, smentirebbe ancora una volta la versione della questura, perché, secondo lei, non si sarebbe mai raggiunto, sul rilascio di Ruby e sulla custodia alla Minetti, alcun accordo. Accordo peraltro non necessario visto che il collocamento è un provvedimento amministrativo (disciplinato dall’articolo 403 del codice civile) che può essere adottato dalla pubblica autorità (nel caso, dalla polizia) e che non necessita dell’approvazione del tribunale dei Minori.
Ieri, da via Fatebenefratelli, non hanno voluto replicare. Ma è chiaro ormai che dovrà essere la Procura - impegnata con i pm Antonio Sangermano e i procuratori Pietro Forno e Ilda Boccassini - a definire le eventuali responsabilità.

I magistrati milanesi, dopo la pausa per il ponte di Ognissanti, ricominceranno l’analisi dei documenti fin qui raccolti e delle testimonianze rese. Non è previsto, almeno nell’immediato, un nuovo faccia a faccia con Ruby, che poche settimane fa è stata fermata dalla polizia di Genova con 5mila euro in contanti nella borsa assieme a un imprenditore finito nell’inchiesta di Vallettopoli. L’uomo ha detto di aver conosciuto la marocchina in una discoteca dove lavorava come ragazza immagine. Lei, invece, ha spiegato di aver ricevuto quel denaro dal segretario di Lele Mora, indagato dai pm milanesi assieme a Emilio Fede e alla stessa Minetti.