Dalla ruota degli Esposti ad oggi Storia dell’assistenza all’infanzia

(...) E ora la sua testimonianza, insieme a quella di tante altre sue colleghe, ha permesso di ripercorrere la storia dell’ente e dei bambini «esposti» in un convegno organizzato ieri dalla Provincia e con una mostra di documenti, memorie e fotografie a Palazzo Doria Spinola fino al 13 maggio. Raccontano le operatrici che la vita per i bambini dell’Ippai non voleva dire soltanto essere orfani senza compagni di asilo o di scuola nel quartiere. Ma anche senza la possibilità fino al 1969 di essere adottati dalle famiglie. I piccoli «venivano considerati principalmente dei malati, bisognosi di cure mediche - continua Margherita Repetto - con la gioia delle case farmaceutiche». L’ex Ippai aveva anche un reparto speciale da cui spesso i bambini venivano trasferiti al padiglione 10 dell’ospedale psichiatrico di Cogoleto. «Arrivavano con la diagnosi di pericolosità sociale - ricorda Anna L’Abbate che lì faceva l’assistente sociale -, anche bambini di tre anni, affetti da sindrome di Down, non vedenti, sordi. Spesso erano legati con una specie di camicia di forza elastica che teneva le braccia dietro la schiena».
Ma le regole valevano solo per i piccoli, anche le operatrici erano costrette a rispettare ferree procedure. «Quando arrivavano i nuovi pur capendo lo shock e la disperazione di questi bambini, dovevamo immediatamente lavarli, tagliar loro i capelli e metterli in stanzette isolate dove soggiornavano per almeno venti giorni. Chi di noi si ribellava, rischiava rapporti disciplinari». Ecco perché le operatrici accolsero con grande favore l’arrivo dell’assessore Maria Grazia Daniele. «Eravamo stanche di lavorare come guardiane e non come educatrici. Dai primi incontri con lei percepimmo immediatamente il vento del cambiamento per noi, ma ancor più per i bambini», aggiunge la Repetto. E chissà come sarà andata la vita alle migliaia di orfani affidati a ospedali e brefotrofi come testimonia l’archivio storico dell’ex Ippai che raccoglie la storia di due secoli dal 1806 al 1978 di «infanzia abbandonata». Che ha il suo simbolo nella ruota dove venivano lasciati i bimbi avvolti in una coperta o in un lenzuolino. Addosso le madri gli mettevano metà di una medaglietta, di un anello o di un’immaginetta sacra nella speranza un giorno di potersi ricongiungere con la parte mancante. A volte aggiungevano anche un biglietto o una lettera indicando la data di nascita, il nome che avrebbero desiderato per il bimbo e altri particolari, tutti custoditi in minuscoli sacchetti di stoffa sui quali veniva applicata una targhetta. Ci sono voluti quasi due secoli per arrivare ad una svolta negli anni ’70 riuscendo a trasformare l’impostazione ottocentesca di assistenza chiusa, brefotrofi e vite sorvegliate a quella che oggi è una rete di servizi territoriali per l’infanzia fondata sui diritti e il riconoscimento della persona.