La Russa: "Il dolore non muore mai, ma chiedere il ritiro è da sciacalli"

Dopo la morte dei quattro alpini, è doveroso ripensare alla nostra missione in Afghanistan, ma solo nei termini di sicurezza: «Per il resto parlare ora di ritiro mi sembra sciacallaggio». Il ministro Ignazio La Russa, scuro in volto, conferma l’impegno militare del nostro Paese: «Rimarremo fino al 2011».
Il responsabile della Difesa accoglie i giornalisti al Comando Regione Lombardia dell’Aeronautica di piazza Novelli, dove spiega come è avvenuto l’agguato e fornisce i primi nomi degli uccisi: «Per gli altri dobbiamo aspettare siano avvertiti, personalmente e non per telefono, i parenti, a cui va il nostro affetto e vicinanza. Conosciamo il pericolo di una missione internazionale, ma questo non lenisce il dolore e non subentra mai l’assuefazione, il dolore è sempre uguale e speriamo sempre sia l’ultimo».
Però? «Però lo sforzo dell’Italia rimane» risponde subito La Russa a chi parla di ritiro, come fa l’Italia dei Valori e la sinistra radicale. «La critica è legittima, l’importante sia fondata e non pretestuosa e strumentale. Quando sento parlare di ritiro in occasione di un evento luttuoso, più che critica mi viene in mente uno sciacallaggio». Quindi rimane confermato l’impegno italiano, casomai rivedendo l’addestramento delle Forze armate afgane che deve proseguire con la massima celerità: «Per rispettare le date e fare in modo che il ritiro dei nostri soldati nel 2011 diventi una realtà».
L’unico «ripensamento» solo sulla sicurezza. «Personalmente mi sono impegnato per far potenziare la blindatura dei blindati “Lince” e attrezzarli con dissuasori elettronici in grado di impedire l’attivazione degli ordigni esplosivi con impulsi radio. Questo purtroppo era a pressione e di un’inaudita potenza ma è nella logica rincorsa tra chi attacca e chi si difende. Quindi di fronte alla nuova strategia dei guerriglieri è il caso forse di pensare a utilizzare altri mezzi corazzati, come i “Freccia” meno agili ma più robusti».