Le sacre scritture di Prodi: i contribuenti sono schiavi

Romano Prodi si è lamentato perché i parroci italiani nelle prediche domenicali non invitano i cittadini a pagare le tasse. Giustamente, diversi teologi e vescovi lo hanno - con tutta la cortesia clericale del caso - mandato a quel paese. In particolare l’arcivescovo di Chieti Bruno Forte gli ha ricordato che per potere convincere i cittadini a pagare le tasse i governanti devono essere credibili. Prodi ha risposto con una lettera al Corriere della Sera, dove scrive: «Se non ricordo male, anche San Paolo esorta all’obbedienza nei confronti dell’autorità. Credo che utilizzi l’espressione “quoque discolis”, a significare che si deve obbedire alle regole dello Stato anche se dettate da “lazzaroni”». Come questo giornale ha già fatto rilevare, Prodi ricorda male. La citazione - che recita «etiam discolis» e non «quoque discolis» - non è di san Paolo, ma di san Pietro nella sua prima lettera (2, 18).
Ma c’è di peggio. San Pietro sta parlando dei «servi», cioè degli schiavi. Anche chi traduce «domestici» sa che ai tempi di san Pietro la maggioranza dei domestici erano schiavi. I primi cristiani non avevano ancora la forza per reclamare l’abolizione della schiavitù, un’idea che ha le sue basi nel Nuovo Testamento, ma che verrà a pratica maturazione solo gradualmente. Chiedevano ai padroni di trattare gli schiavi con umanità, e agli schiavi di obbedire ai padroni, ritenendo che le rivolte peggiorassero la loro situazione. È in questo contesto che san Pietro esorta gli schiavi a rimanere pazientemente «sottomessi ai padroni», «non solo a quelli buoni e miti», ma anche a quelli «discoli». L’implicazione che il presidente del Consiglio ne vuole trarre è che monsignor Forte ha torto: non si devono pagare le tasse solo ai governanti «buoni e miti», ma anche a quelli «discoli» o, come Prodi traduce, «lazzaroni», il che dimostra che forse non si fa illusioni su che tipo di compagine governativa si trovi a guidare.
Tuttavia don Prodi nella sua predica non riflette sull’insulto, oltre che al buon senso, ai cittadini italiani insito nel paragone. San Pietro sta parlando infatti della schiavitù, cioè di un’istituzione che considera ingiusta e che si è costretti a tollerare in attesa di poterla abolire. Oggi la Chiesa ha vinto la sua secolare battaglia e, salvo che in qualche remota zona islamica, la schiavitù non esiste più. I contribuenti italiani non sono schiavi del fisco - per quanto la cosa forse piacerebbe a Visco e ad altri fondamentalisti delle imposte - ma liberi cittadini, che non sono obbligati a seguire i governanti «discoli» e «lazzaroni», ma possono del tutto legittimamente cercare di mandarli a casa.
I cittadini cattolici possono - anzi, secondo la dottrina sociale della Chiesa, devono - anche criticare le politiche fiscali ingiuste e vessatorie e l’ipertrofia dello Stato assistenziale, che crea solo costosi carrozzoni burocratici. Anziché san Pietro confuso con san Paolo, Prodi avrebbe potuto citare per esempio questa frase significativa: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese» (e quindi delle tasse). Non è una frase di Berlusconi, ma di Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus.