Sallusti, criminale per i pm da premiare per i colleghi

Al nostro direttore il "Balena Bianca" a Saint Vincent per una carriera da giornalista di razza

C’è chi fruga e c’è chi sa leggere. Chi ravana e chi decide di premiare. Così va il mondo. Va così, nel senso che mentre Procure varie (pare siano due) indagano sul Giornale e sul suo direttore Alessandro Sallusti - dopo averne perquisito casa e ufficio, auscultato i cellulari e già che c’erano arrivando a dare perfino una palpatina per scoprirgli addosso chissà mai quali segreti nascosti - l’indagato saliva ieri sul palco del Casinò della Vallée per ricevere un prestigioso premio giornalistico, il Balena Bianca, a Saint Vincent.

Succede insomma che qualcuno che di carta stampata un po’ se ne intende e non scambia un’inchiesta giornalistica per un dossier, si sia accorto che «quel Sallusti lì dev’essere uno che ci sa fare». La giuria, fregandosene sia della snobistica conventio ad excludendum che fin dal suo primo giorno di vita ha circondato il Giornale, sia delle fumisterie giudiziarie, deve aver ritenuto, curriculum alla mano, che proprio «quel Sallusti lì» fosse degno di ricevere il riconoscimento. Aveva peraltro già avuto il Premiolino per un’inchiesta sulla malavitosa via Bianchi a Milano e quello come Cronista dell’Anno ai tempi di Tangentopoli.

Comasco, classe ’57, Sallusti è uno di quei giornalisti arrivati al mestiere attraverso imperscrutabili percorsi di vita. Perito chimico-tessile, esordisce infatti con coerenza nel ’78 come cronista abusivo allo Sport dell’Ordine di Como, (oggi ne è socio e direttore editoriale) per arrivare a vicecaporedattore centrale del Corriere della Sera. In mezzo, una fitta serie di esperienze varie: inviato e caporedattore al settimanale Il Sabato nonostante non sia ciellino; caporedattore all’Avvenire pur senza aver mai servito messa; un primo passaggio al Giornale, con un certo Montanelli, nonostante non ami il pane toscano sciapo; e ancora capo delle cronache nazionali al Messaggero pur senza essere romano.

Poi, negli anni Novanta, eccolo veleggiare verso i piani più alti: vicedirettore al Gazzettino di Venezia e poi direttore alla Provincia di Como. Fino al 2000, fino a quella che lui definisce «l’infausta avventura» di incontrare Vittorio Feltri. Incontro in un salotto buono? Macché, Sagra della salamella in quel di Malnate. Tra una fetta e un bicchiere, Feltri lo lusinga con il progetto di un nuovo quotidiano. È un’avventura, un salto nel buio, ma come avrebbe detto Manzoni «lo sventurato rispose». Ed è così che nel 2000 nasce Libero, in carta e inchiostro. Il resto è storia recente: agosto 2009, lo sbarco in via Negri come condirettore. E da lì, storia dell’altroieri, sulla poltrona più alta.