Alzheimer, un anticoagulante può ritardare i sintomi

Lo studio è stato condotto dai ricercatori del National Center for Cardiovascular Research (CNIC) in collaborazione con la Rockefeller University di New York

Ne soffre un anziano su quattro con più di 80 anni. Il morbo di Alzheimer è la più comune forma di demenza e implica per il paziente serie difficoltà nel condurre le normali azioni della vita quotidiana. Il primo a descriverne i sintomi e gli aspetti neuropatologici nel 1907 fu il neurologo tedesco Alois Alzheimer. Numerose sono le sue manifestazioni. Innanzitutto amnesia retrograda consistente nell'incapacità di ricordare gli eventi recenti. Ancora aprassia, agnosia, anomia, disorientamento spazio-temporale, deficit intellettivi e cambiamenti nel tono dell'umore. Il decorso della malattia è assai variabile, ma generalmente si assesta su 8-15 anni. Pur non essendoci a oggi una cura definitiva, è stata dimostrata l'esistenza di alcuni fattori in grado di influenzare la probabilità di sviluppare l'Alzheimer. Primo fra tutti, l'età. Difficilmente, infatti, il morbo viene diagnosticato prima dei 65 anni. Per quanto riguarda il sesso, invece, è stato evidenziato come le donne siano maggiormente a rischio. Da non sottovalutare poi i fattori genetici. Caratteristica fondamentale della patologia è l'accumulo di beta-amiloide nel cervello, una proteina che, formando placche, circonda e distrugge le sinapsi, ovvero i punti nevralgici della comunicazione fra i neuroni.

Uno studio condotto dai ricercatori del National Center for Cardiovascular Research (CNIC), in collaborazione con la Rockefeller University di New York, ha aperto la strada alla prevenzione dell'Alzheimer con l'uso di anticoagulanti orali. Gli studiosi hanno focalizzato l'attenzione sulle parole di Alois che, quando pubblicò il primo caso, definì la malattia come "vascolare, delle arterie che danno sangue al cervello". Partendo da questa affermazione, gli scienziati hanno utilizzato dabigatran, un farmaco orale che provoca sanguinamenti meno indesiderati rispetto ad altri classici anticoagulanti. Il trattamento con il medicinale per 12 mesi ha ridotto l'infiammazione cerebrale del 30% e fino al 50% delle forme più tossiche di beta amiloide. Una delle ipotesi è che dabigastran sia in grado di migliorare la circolazione cerebrale e di evitare i microtrombi che ostacolano l'arrivo di ossigeno e sostanze nutritive nel cervello dei pazienti con Alzheimer. Tuttavia gli studiosi sono cauti dal momento che, potendo le persone colpite vivere senza sintomi 15-20 anni, potrebbe essere troppo tardi nel momento in cui compaiono le manifestazioni.