Alzheimer e microbi: un nuovo studio conferma la correlazione

Una nuova speranza per i malati di Alzheimer giunge da una ricerca condotta presso l'Università di Louisville in Kentucky

Colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e in Italia si stimano circa 500mila ammalati. L'Alzheimer è la forma più comune di demenza senile e implica per il paziente serie difficoltà nel condurre le normali azioni della quotidianità. La malattia, infatti, colpisce sia la memoria che le funzioni cognitive provocando così problemi nel parlare e nel pensare, ma anche stati di confusione, disorientamento spazio-temporale e cambiamenti di umore. Il primo a descriverne i sintomi e gli aspetti neuropatologici nel 1907 fu il neurologo tedesco Alois Alzheimer. Segnale tipico di questa patologia è la perdita di cellule nervose nelle aree cerebrali adibite alle capacità cognitive. Si riscontra, altresì, un livello basso di sostanze - ad esempio l'acetilcolina - impiegate come neurotrasmettitori, dunque coinvolte nel processo di comunicazione delle cellule nervose.

Una nuova speranza giunge dalla ricerca condotta presso l'Università di Louisville (Kentucky USA) dalla quale sarebbe emerso che esisterebbe una correlazione tra l'Alzheimer e la presenza del batterio della parodontite cronica nel cervello. Lo studio - pubblicato su Science Advanced ha dimostrato che l'infezione orale da Porphyromonas gingivalis ha portato alla colonizzazione del cervello dei topi e all'aumentata produzione di beta-amiloide, una componente questa delle placche amiloidi associate alla demenza senile.Le gingipaine, ovvero gli enzimi tossici del batterio, sono inoltre stati ritrovati nei pazienti affetti da codesta malattia.

Si è voluto quindi bloccare la neurotossicità legata al batterio attraverso una serie di piccole terapie molecolari. Inibendo la molecola COR388 il carico batterico di infezione cerebrale da Porphyromonas si è notevolmente ridotto. Allo stesso tempo l'arresto della produzione di AB42 ha condotto alla riduzione della neuroinfiammazione, consentendo così ai neuroni dell'ippocampo di essere protetti. Uno degli aspetti positivi dello studio come ha affermato Jan Potempa - scienziato facente parte del team - è sicuramente l'aver scoperto il potenziale di una classe di terapie molecolari che, prendendo di mira i principali fattori di virulenza, sono in grado di modificare il decorso dell'Alzheimer.