Il chirurgo robot che salva il cuore e non lascia cicatrici

Grazie alla robotica l'operazione è mini invasiva e non lede i tessuti. Unico problema: lo «stipendio» del dottore d'acciaio, ancora troppo alto

Marco Palma

È di una precisione millimetrica, è in continua evoluzione, lavora senza stancarsi mai, non fa scioperi: nome in codice Da Vinci, in onore del grande Leonardo. Al secolo robot di sala operatoria. È il più grande e fedele aiutante del chirurgo ma c'è da giurare che non passerà molto tempo che questo insieme di bracci elettromeccanici, guidati da un computer ma diretti per ora dalla mano dell'uomo, interverrà direttamente sul malato dopo essere stato programmato.

Impensabile anche ad ipotizzare un simile strumento qualche decennio fa, la prima applicazione di chirurgia robotizzata di sala operatoria risale al 1999 in California, con il nome di Da Vinci, in onore del grande scienziato che già nel 1400 ipotizzò una macchina meccanica con carrucole e fili. Dall'inizio del secolo in poi è stata una continua, fantastica e incredibile evoluzione. Oggi il sistema Da Vinci viene utilizzato negli interventi di rimozione della prostata, nella chirurgia ginecologica, toracica e addominale nelle sue diverse parti. Ed ora si sta mettendo a punto la tecnica per la rimozione del tumore del fegato e del pancreas. E poi nella chirurgia cardiaca.

ROBOTICA SALVA CUORE

Ed è proprio attraverso il Da Vinci che i cardiochirurghi possono applicare una tecnica all'avanguardia nell'insufficienza mitralica per tutti i vantaggi del paziente dati dalla mininvasività robotica: riduzione del trauma, minore sanguinamento, rapido ritorno ad una vita normale senza alcuna necessità di riabilitazione.

Protagonista di questa nuova stagione per la cardiochirurgia robotica è Alfonso Agnino, responsabile della cardiochirurgia robotica e mininvasiva di Humanitas Gavazzeni di Bergamo. «È ancora poco diffusa in Italia, ma una realtà già consolidata negli Stati Uniti, Cina, Francia, Germania e paesi scandinavi dice Agnino perché è la medicina del futuro ed è il sogno che si è avverato in sala operatoria. Riparare una valvola di pochi millimetri con incisioni non più grande di quelle con cui i dermatologi rimuovono i nei è ormai routine».

Il dipartimento cardiovascolare dell'Humanitas entra in questo modo in rete come unico caso italiano con i 20 centri europei in cui è attivo un programma di chirurgia robotica al fianco della cardiochirurgia tradizionale, quella mininvasiva e la cardiologia interventistica.

COME FUNZIONA

Ma come agisce in sala operatoria? Si compone di quattro bracci robotici: tre di essi sono adibiti per mantenere bisturi, forbici, bovie o strumenti elettrocauterizzazione. Mentre il restante quarto braccio sostiene la telecamera, generalmente bifocale, che consente al chirurgo la visione in stereoscopia non dal tavolo operatorio ma dalla consol che manovra il robot. Infatti il chirurgo rimane seduto davanti ad un pannello di controllo e guarda attraverso dei mirini una immagine tridimensionale dell'intera procedura mentre manovra i bracci con due pedali e due controlli manuali. Ma esiste una seconda realtà anche questa inimmaginabile fino a pochi anni fa: il robot può essere comandato a distanza con la medesima tecnica ed identico risultato. Vale a dire che un robot può operare un malato negli Stati Uniti con un chirurgo che dirige l'operazione dall'Italia o da qualunque altra parte del mondo. E il futuro della robotica medica quale potrà essere? «Con l'avvento dell'intelligenza artificiale non passeranno molti anni da che il robot si muoverà da solo in sala operatoria, prenderà decisioni in base ad un programma di intervento dopo gli accertamenti clinici della patologia sottolinea Roberto Ferrini, ingegnere meccanico alla Biotec Inginering di Boston e potrà essere impiegato in molte altre parti del corpo umano».

I LIMITI

Esiste però un limite per la chirurgia robotica che non riguarda né l'aspetto qualitativo ne quantitativo del suo impiego, ma l'aspetto economico. Un robot costa dai due ai tre milioni di euro, senza considerare i notevoli costi di manutenzione che possono superare i 150mila euro all'anno. È un investimento che si giustifica da parte di un gruppo ospedaliero o universitario solo se il robot viene utilizzato a tempo pieno. Problema questo ancora non superato pienamente perché bisogna formare a sufficienza personale medico che sappia guidare il robot nell'operazione. Ma la strada della cooperazione tyra medicina e robotica sembra ormai completamente segnata.