Il colesterolo molto alto non sempre è combattuto

Luisa Romagnoni

Prevenzione più innovazione, possono aiutare a battere l'ipercolesterolemia, l'eccesso di colesterolo Ldl (cattivo), nel sangue: il primo fattore di rischio per le cardiopatie ischemiche, prima causa di morte (20%) tra le malattie cardiovascolari. Responsabile inoltre di costi altissimi per il Servizio sanitario nazionale, più di un miliardo di euro ogni anno, con l'ospedalizzazione che incide per il 96%. La patologia è in crescita nel Paese e tocca oltre il 36% della popolazione. Ma, dato ancora più allarmante, circa il 40 % delle persone ignora di avere livelli di colesterolo Ldl superiori alla norma e solo il 24% degli uomini, è trattato efficacemente. Sono dati che emergono da uno studio, presentato a Roma nell'ambito dell'iniziativa Meridiano Cardio «Lo scenario delle cardiopatie ischemiche: Focus sull'ipercolesterolemia», realizzato da The European House-Ambrosetti, con il supporto di Amgen. «Tutti i trial clinici dimostrano che le persone con ipercolesterolemia, hanno una probabilità di sviluppare coronopatie 3,6 volte superiore rispetto alla popolazione normale» afferma Francesco Romeo, presidente della Società italiana di cardiologia (Sic). «Dobbiamo puntare sull'abbassamento e contenimento dei livelli di colesterolo». Esistono pazienti ad alto rischio, che non raggiungono valori di colesterolo Ldl ottimali. La metà della popolazione che già ha avuto un evento cardiovascolare o con ipercolesterolemia familiare, non arriva all'obiettivo delle terapie. «Il raggiungimento e mantenimento di livelli target (70-90 mg/dl, secondo le ultime indicazioni), può fare la differenza, in termini di prevenzione delle patologie coronariche», sottolinea Romeo precisando che occorre valutare tutte le opzioni terapeutiche, adattandole al singolo caso e alla sua capacità di raggiungimento e mantenimento, del target. In questo ambito, un documento di Consensus tra Anmco, Iss e altre 16 Società scientifiche, da poco completato che disegna il percorso diagnostico-terapeutico che il paziente potrebbe raggiungere anche grazie ad una nuova classe di farmaci, inibitori dell'enzima Pcsk9, ultima innovazione.