Maculopatia senile essudativa

Terapie da iniziare rapidamente. Un problema sociale

Matteo Cusumano

Nel 2000 la signora Maria ha iniziato a notare gravi problemi nella sua vista. «D'improvviso ho iniziato a vedere le linee distorte e a non distinguere più bene i colori. Per me, che sono pittrice, è stato un vero trauma».

Allora, le terapie per la sua patologia, la maculopatia senile essudativa, erano ancora agli albori. La paziente ha iniziato a sottoporsi alla fotodinamica, senza risultati, e poi al trattamento con il laser, con un esito rovinoso. Solo negli anni successivi ha potuto accedere alla terapia iniettiva con farmaci inibitori di una proteina, la VEGF (Vascular Endothelial Growth Factor), che stimola la formazione anomala di vasi sanguigni nell'occhio, compresa la zona centrale della retina, chiamata macula.

Secondo diverse ricerche scientifiche raccolte da Novartis (un'azienda in prima linea nella ricerca terapeutica e nella sensibilizzazione in ambito oftalmologico), la maculopatia senile essudativa è la principale causa prevedibile di grave perdita della vista e cecità negli adulti over 65.

«Le patologie degenerative della vista - sottolinea Tiziano Melchiorre, segretario generale IAPB Italia Onlus - sono spesso sottovalutate perché considerate una naturale conseguenza dell'invecchiamento. Invece, andrebbero ritenute addirittura come un problema sociale, considerato l'aumento dell'aspettativa di vita».

«La diagnosi della maculopatia deve essere precoce - afferma il dottor Matteo Piovella, presidente SOI, Società Oftalmologica Italia, perché da questa patologia non si guarisce -. Le strategie terapeutiche tempestive comprendono il controllo del fluido patologico».

E a questo proposito, ecco il commento del professor Federico Ricci, direttore dell'Unità patologie croniche degenerative oftalmiche dell'Università di Roma Tor Vergata: «Nell'armamentario terapeutico dell'oculista ci sono diverse classi e generazioni di farmaci. Alcuni sono stati sintetizzati oltre 10 anni fa e poi ci sono molecole sviluppate in tempi recenti, come a esempio, il Brolucizumab, che, rispetto a quelle di prima generazione, hanno una superiore capacità di controllare il fluido retinico, richiedendo di conseguenza una minore frequenza iniettiva per mantenere la retina asciutta». Questo fatto favorirebbe anche l'aderenza dei pazienti alle terapie. Che però, almeno per ora, non sono accessibilissime, essendo praticate soltanto all'interno degli ospedali, e spesso con lunghe liste d'attesa».