«Si riparta dal concetto di cultura del benessere»

Conoscenze sui medicinali: lacune dovute solo al ritardo nell'introduzione sul mercato

Per la prima volta, la ricerca «Il futuro della salute», promossa dalla multinazionale tedesca del farmaco Stada, rappresentata in Italia da EG S.p.A. e Crinos S.p.A., esce dalla Germania, per coinvolgere Belgio, Francia, Gran Bretagna, Polonia, Russia, Serbia, Spagna e Italia. Questa novità permette di effettuare confronti tra le diverse aspettative, abitudini ed esigenze di approfondimento a livello di informazione e sensibilizzazione sul tema della salute nei diversi Paesi. L'indagine è utile sia per aumentare la conoscenza della situazione nel Paese in cui si vive sia per prendere eventualmente spunti.

Ne parliamo con Enrique Häusermann, ad di EG Spa e Crinos Spa, le due aziende che in Italia rappresentano il Gruppo Stada. «A proposito dell'ottimismo circa il futuro della salute - introduce il dr. Häusermann - la ricerca ha evidenziato che Italia e Spagna sono i due Paesi in cui le aspettative sono più positive. Potremmo ricondurre questo atteggiamento alle comuni origini latine. Però anche i francesi sono un popolo latino, ma non si mostrano altrettanto ottimisti. Mi aspettavo una maggiore somiglianza. Questo significa che italiani e spagnoli hanno più punti in comune tra i Paesi latini, benché non condividano frontiere fisiche».

Dunque, gli italiani non sono, almeno in media, pessimisti sul futuro della salute. Al di là dello spirito italico, da che cosa deriva questa fiducia?

«Dalla ricerca si deduce un'apertura verso le nuove terapie, non solo farmacologiche. Lo dimostra la propensione ad accettare di essere operati con l'ausilio della chirurgia robotica. A livello di cultura della salute, però, la ricerca evidenzia anche delle lacune o delle piccole contraddizioni motivate da minori informazioni su determinati temi. Riguardo al mondo dei medicinali per i quali sono scaduti i brevetti, che possono quindi essere prodotti e venduti da aziende differenti da quelle in cui sono nati decenni fa (anche a prezzi più bassi di quelli praticati dai marchi originari), si evidenzia una prima lacuna culturale nel nostro Paese: il 90% degli intervistati conosce ormai bene il significato del termine farmaci generici, mentre solo il 12% sa cosa sono i prodotti biofarmaceutici e i farmaci biosimilari. E il 22% degli italiani li considera erroneamente farmaci a base di piante con etichetta bio».

L'Italia sconta un ritardo generazionale?

«I farmaci biosimilari (molecole molto grandi ottenute tramite biosintesi, ndr) sono arrivati in Italia più tardi rispetto ad altri Paesi. Per questo motivo sono meno conosciuti dei generici».

Se la cultura sui tipi di prodotti disponibili in farmacia può essere incrementata, c'è da segnalare che gli italiani vedono in medici e farmacisti le loro principali figure consulenziali in tema di salute. Il 71% li riconosce come referenti principali per parlare di salute e il 49% si rivolge a essi all'apparire dei primi sintomi. In casi di malesseri non gravi il 32% si consulta con il farmacista.

«Il cittadino italiano è a conoscenza di avere davanti a sé una persona che si prende carico dei suoi problemi».

In altri Paesi il rapporto è diventato più spersonalizzato. Da che cosa partire per aumentare la cultura della salute, renderla più ricca e omogenea?

«Secondo me si dovrebbe partire da un concetto più ampio di cultura del benessere, che significa stare bene».

Di qui si può poi focalizzare l'attenzione, con informazione e dibattiti, su singoli aspetti accessibili in modo differenziato dai soggetti coinvolti.

«La conoscenza dei biosimilari deve prima di tutto partire dai medici, che prescrivono le terapie».

Tra i temi in cui c'è sempre spazio di miglioramento, figurano l'adozione di stili di vita corretti, le iniziative e gli strumenti di prevenzione. Ambiti sempre più importanti in una società in cui l'aspettativa di vita aumenta e diventa necessario un approccio più personalizzato alla salute.

RCe