Tumore ovarico, scoperto il modo per bloccare le recidive

Lo studio è stato condotto presso il laboratorio di Oncologia Molecolare del Cro di Aviano, in provincia di Pordenone

È la quinta neoplasia maligna più diffusa tra il sesso femminile dopo il cancro al seno, all'utero, all'intestino e al polmone. Il tumore ovarico colpisce prevalentemente donne che hanno già superato la menopausa, quindi di solito sopra i 50 anni. In Italia si contano circa cinquemila casi ogni anno e, ad oggi, la sopravvivenza a 5 anni è del 40% negli stati avanzati. Dati questi sicuramente poco incoraggianti se si considera altresì la frequente insorgenza di recidive resistenti alle terapie. La neoplasia è la conseguenza di una serie di mutazioni genetiche che interessano il DNA delle cellule e le cui cause sono ancora poco chiare. Secondo gli esperti, tuttavia, esistono alcuni fattori di rischio, ad esempio un numero elevato di ovulazioni, il sovrappeso e l'obesità, la terapia ormonale sostitutiva, l'endometriosi, la predisposizione familiare e l'età superiore ai 50 anni. Spesso i sintomi assomigliano ai disturbi provocati da altre malattie meno gravi e più comuni come le cisti ovariche, la sindrome premestruale e quella dell'intestino irritabile. Bisogna però prestare attenzione a tre campanelli d'allarme:

1) Aumento progressivo e persistente delle dimensioni dell'addome;

2) Dolore pelvico e addominale continuo;

3) Difficoltà a mangiare e senso di pienezza allo stomaco con conseguente nausea anche dopo un pasto leggero.

Una speranza per le pazienti affette da tumore ovarico giunge dal laboratorio di Oncologia Molecolare del Cro di Aviano, in provincia di Pordenone, diretto da Gustavo Baldassarre. Qui i ricercatori, individuando il gene che rende resistenti le cellule di questo tipo di cancro, hanno scoperto il metodo per bloccare le recidive. Gli studiosi hanno analizzato a livello funzionale circa 800 geni, identificando tra questi il gene USP1 indispensabile per la sopravvivenza delle cellule tumorali trattate con carboplatino. In seguito al trattamento chemioterapico, le cellule resistenti attivano la proteina USP1 e ne favoriscono l'interazione con il gene Snail. In questo modo è facile che si formino metastasi nell'addome. Gli scienziati hanno però scoperto anche una piccola molecola in grado di inibire il gene USP1 e di prevenire, quindi, la possibilità di recidive senza tuttavia indurre tossicità aggiuntiva.