Salvò Alfonso, 5 anni, 5 chili di peso Adesso salverà i cinesi dalla plastica

Le emergenze ha imparato ad affrontarle in Mozambico. «Quando nel 1983 il povero Fofò fu portato nell’ospedale di Maputo assediato dai guerriglieri, solo dalla radiografia delle ossa scoprii che aveva 5 anni. Attraverso il peso non l’avrei mai capito: era 5 chili e 700 grammi, poco più di un neonato. Lo feci battezzare col nome del santo del giorno, Alfonso, perché credevo che non sarebbe arrivato a sera. Era in preda a marasma per totale mancanza di vitamine e proteine, non poteva tener giù neppure un cucchiaino d’acqua. Mesi e mesi di reidratazione per via endovenosa e poi col sondino nasogastrico prima di riuscire a fargli deglutire una soluzione di latte, acqua, olio e zucchero». L’esperienza gli sarebbe tornata utile a Mbabane, nello Swaziland: «Su appena 700.000 abitanti, sto parlando dell’intera popolazione nazionale, il primo anno mi morirono di diarrea 750 bambini. Il secondo anno neppure uno. Avevo insegnato alle mamme come si salvano i piccoli anche senza le medicine, solo con la reidratazione: un cucchiaino di sale e uno di zucchero sciolti in mezzo litro di acqua bollita».
Alfonso è diventato grande, sta bene e fa l’infermiere professionale nel suo Paese. Invece il dottor Giusto Sciarabba, che considera Fofò suo figlio adottivo, ha dovuto lasciare l’Africa e la professione di pediatra. Però non ha perso l’antico vizio: salvare vite. Sempre con la stessa tecnica: insegnando ai popoli sottosviluppati a salvarsi da soli. Ieri con gli integratori salini fatti in casa. Oggi con macchine che divorano le macerie dopo i terremoti, stoviglie di plastica che si autodistruggono a contatto del terreno trasformandosi in fertilizzante naturale, turbine che ricavano energia elettrica dalle correnti oceaniche, forni che essiccano il pesce utilizzando il calore del sole, lenzuola e indumenti infetti chiusi in sacchetti ermetici che finiscono in lavatrice senza bisogno d’essere aperti perché nell’acqua calda si dissolvono.
Cominciamo col dire che, pur essendo nato (59 anni fa) a Palermo, non è né avrebbe mai potuto essere quel Giusto Sciarabba processato per la telefonata con cui i killer appostati a Capaci vennero avvertiti da Roma che il giudice Giovanni Falcone sarebbe sbarcato dopo un’ora a Punta Raisi. Questo Giusto Sciarabba è il direttore dell’Ics, l’International center for science and high technology che dipende dall’Unido, l’agenzia dell’Onu per lo sviluppo industriale, e che ha sede nell’Area di ricerca di Padriciano, sulle colline di Trieste, dove un piccolo trust di cervelli studia le soluzioni più innovative per affrontare le impellenze del Terzo mondo.
È lo stesso Sciarabba che è stato responsabile dei programmi sanitari del ministero degli Esteri per i rifugiati afgani a Peshawar, la città pakistana di frontiera dove Osama Bin Laden, prima di diventare lo stratega della guerra santa su scala planetaria, arruolava mujaheddin per cacciare dall’Afghanistan i sovietici invasori. E che in seguito le Nazioni Unite hanno spedito in Bolivia a smantellare le piantagioni di coca a Coroico, la città collegata alla capitale La Paz dalla «strada più pericolosa del mondo», una mulattiera friabile in sospeso fra burroni e cascate. E che poi è stato addetto culturale e scientifico nelle ambasciate italiane a New Delhi, Tokyo e Pechino. Senza mai dimenticare, però, quei primi due anni, dal 1972 al 1974, al pronto soccorso traumatologico dell’ospedale di Abbiategrasso: «Ci andavo come volontario di notte e nel week-end, perché durante la settimana ero impegnato a studiare. È lì che ho imparato a distinguere i feriti gravissimi, quelli che dopo un incidente non urlano per il dolore, stanno zitti, sopraffatti dal senso di morte imminente».
La vita del pediatra le andava stretta?
«Al contrario. Era lo scopo della mia vita. L’ho fatto volentieri prima al Policlinico San Matteo di Pavia e poi come responsabile dell’unità di terapia intensiva neonatale all’ospedale di Cremona. A 34 anni mi consideravo arrivato. Avevo la Porsche e la villa al mare a Erice, nella mia Sicilia. Ero l’unico neonatologo di una ricca provincia».
E allora che cosa c’era che non andava?
«Mi rendevo conto che altri mille neonatologi avrebbero potuto prendere il mio posto. Le mamme mi portavano i loro bambini grassi dicendo: “Dottore, mio figlio non mangia”. Ho pensato che dovevo dedicarmi a qualcosa di meno arido. Sono andato a fare il pediatra in Africa. Otto anni tra Mozambico, Swaziland e Isole Comore».
Tutt’altro lavoro.
«La sorpresa più grande è stata vedere dal vivo ciò che i manuali di medicina talvolta nemmeno descrivono, a cominciare dai neonati neri che vengono al mondo con la pelle completamente bianca come la nostra. Solo lo scroto e i capezzoli presentano una colorazione appena più scura. Da queste due aree inizia poi il processo di pigmentazione cutanea che farà diventare nera l’intera superficie corporea entro il primo mese di vita. Laggiù s’imparano l’umiltà e il rispetto della cultura locale. Inutile proporre ai genitori un intervento chirurgico per ridurre le ernie ombelicali dei neonati: lo rifiutano, perché quelle enormi prominenze sono considerate segni di bellezza. Il medico può curare il bambino solo dopo che l’ha visitato il curandero».
Lo stregone.
«Sì. Io ritenevo, come tutti, che facesse danni. Pensi solo alle scarificazioni rituali sulla cute, eseguite con ferri acuminati infetti. Be’, in Mozambico ho scoperto che la pelle dei neri equivale alla nostra tessera sanitaria. Se trovavo le scarificazioni in corrispondenza delle costole, potevo star sicuro che il curandero aveva individuato un’asma o un’affezione respiratoria. Gli stessi segni nella parte alta del torace erano indizio di tubercolosi polmonare e indicavano che era riuscito quanto meno a localizzarne la sede. Spesso arrivavano bambini in coma con scarificazioni tra la quarta e la quinta vertebra lombare, nel punto esatto in cui io stesso eseguivo la rachicentesi, cioè il prelievo mediante puntura del liquor, un esame che consente di diagnosticare la meningite purulenta».
Come mai ha smesso di fare il pediatra?
«Mi sono preso la malaria. Il morbo in sé sarebbe stato sopportabile, mi tornava anche tre o quattro volte l’anno, dipendeva da quanto durava la stagione delle piogge. Ossa doloranti e brividi di freddo anche con le coperte addosso. Oppure mal di testa feroci nel caso di malaria algida, quella senza febbre. Del resto, chi mangia fa briciole, no? Bastava appoggiare lo stetoscopio da qualche parte e poi rimetterselo al collo per prendersi tutti i giorni la scabbia. Il fatto è che per difendermi dalla malaria mi sono imbottito per un anno di clorochina, che è ototossica. Oltre a spaccarmi il fegato, ha danneggiato il nervo uditivo. Me ne sono accorto quando ormai ero diventato sordo. Un pediatra senza l’udito non può lavorare».
Perché?
«Le diagnosi di polmonite dovevo farle con l’auscultazione, battendo il dito sulla schiena e ordinando ai bambini di dire “treno” invece di “trentatré”. Nel Terzo mondo non ci sono certo i mezzi per eseguire le radiografie».
Se riacquistasse l’udito, tornerebbe a fare il pediatra?
«Subito. Fra l’altro nel 2001 mi sono risposato proprio con una pediatra. In Africa non ho perso solo la salute, ma anche la famiglia: la mia prima moglie, che inizialmente mi aveva seguito, preferì rientrare in Italia con i nostri due figli».
E in Bolivia ci tornerebbe?
«Sinceramente è stata un’esperienza molto deludente. Ci andai quando l’agenzia dell’Onu per la lotta alla droga era diretta da Gianni De Gennaro. Distruggevamo le piantagioni di coca e piantavamo caffè. In cambio anticipavamo ai contadini i soldi del raccolto e alle comunità regalavamo ambulatori, scuole, strade. Ricordo che il presidente Paz Zamora, accusato dagli Stati Uniti d’essere molto tiepido nella lotta al narcotraffico, venne a inaugurare un ospedale costruito con finanziamento italiano. Ringraziò sentitamente, ma aggiunse: “Todo se queda así porque esta es zona de cultivo tradicional”, tutto resta così perché questa è zona di coltivazione tradizionale, e quindi continueremo a piantare coca. Con grande soddisfazione dei cocaleros che lo stavano ad ascoltare masticando foglie mischiate a calce e cenere».
Più produttivo fare l’addetto scientifico in ambasciata.
«In quella di New Delhi ci rimasi otto anni. Senza dimenticare il mio antico mestiere: attrezzai un ambulatorio nello scantinato della sede diplomatica. Ci curavo i neonati che venivano gettati ancora vivi nella spazzatura. Tutte le mattine i frati missionari di Madre Teresa di Calcutta giravano con un carretto a raccogliere queste povere creature abbandonate dai genitori nell’immondizia perché affette da gravi malformazioni».
Quanta gente lavora qui all’Ics?
«Siamo solo in 18, tutti stipendiati dall’Unido. Ci basta un piccolo budget, 3,6 milioni di euro l’anno, per intrattenere rapporti con 130 nazioni».
Com’è possibile che a occuparsi di emergenze riguardanti la sopravvivenza di oltre 6 miliardi di abitanti della Terra ci siano appena 18 persone?
«Non facciamo ricerca pura. Il nostro compito è quello d’individuare le soluzioni più adatte ai Paesi in via di sviluppo in vari ambiti: protezione dell’ambiente, chimica, farmaceutica, edilizia, comunicazioni rurali, alta tecnologia e nuovi materiali».
Mi faccia un esempio concreto.
«Dopo il terremoto dell’8 ottobre in Pakistan, abbiamo messo a disposizione una piattaforma tecnologica, chiamata Rose, nella quale entrano le macerie delle case ed escono, già separate, polvere di calcestruzzo e pietre di vario diametro. Questo significa impegnare nella ricostruzione da 3.000 a 5.000 lavoratori locali che altrimenti sarebbero costretti a sfollare. Senza contare che se i detriti non venissero recuperati in questo modo dovrebbero essere interrati o gettati in una valle profonda, fino a riempirla. Un Rose è operativo anche nella Striscia di Gaza, dove ricicla gli edifici bombardati nel conflitto israelo-palestinese. L’unica alternativa sarebbe vedere intere città fantasma fatte di macerie».
Ma il governo del Pakistan non era in grado di arrivarci da solo a questa soluzione con un semplice appalto?
«L’Ics i suoi progetti li regala. Invece le industrie cercano di vendere al prezzo più alto i loro prodotti. Il nostro unico interesse è far sì che un Paese povero abbia la migliore tecnologia a costi contenuti».
La Cina, dove operate, è zeppa di poveri, ma non mi sembra un Paese povero.
«Ma ha problemi ambientali enormi che riguardano l’intero pianeta. Uno dei più gravi è il white pollution, l’inquinamento bianco, rappresentato dai piatti di plastica dentro cui miliardi di cinesi consumano cibo per strada. Lanciati dai finestrini dei treni, formano ormai un muro lungo le ferrovie. I dirigenti del Comitato olimpico sono venuti qui con le mani nei capelli. Per i Giochi del 2008 abbiamo così individuato una forchetta in plastica ecodegradabile, che, una volta gettata per terra, si dissolve da sola dopo 45 giorni».
Idea fantastica. Così possono copiarci anche quella.
«Non avevamo scelta. L’impianto per produrre queste forchette va installato in loco».
Motivo?
«Le forchette nascono da processi chimici e biochimici applicati a residui organici tipicamente cinesi. In particolare utilizzeremo l’olio di tofu, una specie di formaggio di soia, che non è certo disponibile in Europa mentre in Estremo Oriente non sanno più come smaltirlo. Il nostro capoprogetto Stanislav Miertus, scienziato chimico slovacco, ha studiato il modo per utilizzare la stessa plastica biodegradabile anche per i teloni agricoli, che attualmente vengono bruciati o sepolti dai contadini cinesi, impestando l’atmosfera di diossina e inquinando le falde. Invece quelli ricavati dall’olio di tofu si distruggono trasformandosi in terriccio».
Non è paradossale che vi preoccupiate di proteggere l’ecosistema di un Paese che dimostra un interesse pari allo zero per l’ambiente e che sta ammorbando il pianeta con cicli di produzione fra i più venefici al mondo?
«Le autorità di Pechino vogliono sfruttare le Olimpiadi per una campagna di sensibilizzazione massiccia e per una riconversione industriale duratura. Vi sono obbligate: la Cina consuma circa 19 milioni di tonnellate di polietilene l’anno».
A Rossano Veneto – il paese più industrializzato d’Italia: un’azienda ogni sette abitanti – fanno da anni la carta con le alghe della laguna di Venezia e persino con la farina di smog. L’Onu non potrebbe promuovere ovunque l’uso di borse della spesa ricavate dal mais?
«Tutto è legato ai margini di guadagno sulla plastica tradizionale. I costi dipendono dalla massa critica: finché i supermercati continueranno a ordinare shopper di polietilene, chi glielo fa fare alle aziende di cambiare le linee di produzione?».
Una penna biro fatta col mais, che si distruggeva sotterrandola, credo d’averla vista solo allegata a Topolino nel secolo scorso.
«Le borse in plastica biodegradabile sono in commercio da anni. Se la gente cominciasse a pretenderle quando va a fare la spesa...».
Qual è l’urgenza più drammatica del Terzo mondo?
«L’energia. Due miliardi di uomini non hanno accesso ad alcuna forma di energia. E dove non c’è energia non c’è sviluppo».
Pensi quando gli altri quattro miliardi avranno consumato tutti i carburanti fossili...
«Stiamo lavorando per affrancarci da questa schiavitù. Oggi è possibile ricavare idrogeno dal barbojo, lo scarto della canna da zucchero. Il governo indiano del Tamil Nadu ci ha chiesto di risolvere il problema dei pescatori che buttavano via tonnellate di pesce perché non disponevano di frigoriferi. Abbiamo individuato un materiale che assorbe calore di giorno e lo cede di notte. Applicato a 32 impianti dotati di pannelli fotovoltaici, ha consentito di avviare un’industria per l’essiccazione dei pesci più grossi, per i quali le sei-sette ore di sole non erano sufficienti a completare il processo di conservazione. Questo significa aver trasformato interi villaggi in piccole comunità d’imprenditori. Abbiamo anche messo a punto un impianto solare del costo di 60-80 dollari che di notte fa funzionare tre lampadine e dura dieci anni. Illuminare la stessa casa col cherosene costerebbe 200 dollari l’anno. Ho visto io come si riducono le donne indiane trasformate in torce umane perché sfiorano col sari di nylon la lampada a cherosene».
Tutto molto edificante, ma siamo al bricolage, mi sembra.
«Il progresso è fatto di tanti piccoli passi, come quello compiuto da una borsista del Ghana che qui all’Ics ha creato un kit per il cablaggio delle fibre ottiche nel bel mezzo dell’Africa nera, senza dover ricorrere ai tecnici stranieri inviati dalle multinazionali. Un esempio: stiamo lavorando alla mappatura delle correnti marine per il Kobold, la turbina ad asse verticale che produce energia elettrica sfruttando l’inesauribile forza degli oceani. L’ha brevettata Elio Matacena, un imprenditore che, applicando il principio di Archimede, ha già realizzato anche i tunnel flottanti a mezz’acqua per l’attraversamento dei bracci di mare. Questa turbina ha trovato sbocco applicativo in Cina, Indonesia e Filippine. Un modello sperimentale è stato installato nello Stretto di Messina».
Senta, ma lei è davvero convinto che la civiltà occidentale sia esportabile nel Terzo mondo?
«La democrazia viene dall’istruzione. Da medico ho osservato che le popolazioni con un buon grado di scolarizzazione sono immunizzate da certe piaghe, come l’alcolismo, che in Africa è peggio dell’Aids».
Ho capito. Lei ritiene che sia esportabile anche la democrazia nei Paesi musulmani.
«Io ritengo che la povertà sia la principale alleata del terrorismo, e di quello islamico in particolare. Ci farebbe molto comodo se tutto il mondo fosse come l’India, dove la religione induista funge da deterrente e i poveri non invidiano i ricchi perché sono convinti che costoro nella prossima vita s’incarneranno in mosche e svolazzeranno sulla cacca. Ma c’è un altro pezzo di mondo dove i disperati, che non hanno nulla da perdere, sono candidati a diventare tutti kamikaze».
(331. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it