Salviamo i papà dalla nuova famiglia

Nel governo si sta discutendo sulle modalità di assegnazione di un contributo a sostegno delle famiglie. Anche se ritengo che le condizioni economiche non siano il problema essenziale che frena la formazione e lo sviluppo della famiglia, tuttavia si potrebbero destinare le risorse finanziarie non tanto in relazione alla nascita del figlio, bensì per armonizzare la struttura familiare, valorizzandone un componente essenziale, il padre.
Vorrei suggerire di riprendere in mano l’attuale, inefficiente legge sul cosiddetto «permesso di paternità», fatta durante l’ex governo Prodi, adeguandola alle normative che sono allo studio del governo di Tony Blair.
È, purtroppo, un dato di fatto che la figura del padre sia completamente emarginata - proprio dal punto di vista culturale - dalla realtà familiare. La madre è il centro attorno al quale ruota tutto l’organigramma della famiglia. Si tratta di un’eredità storica fortemente radicata nelle nostre tradizioni: la donna cura la casa e alleva i figli; il padre è fuori a lavorare per mantenere economicamente la famiglia.
Le grandi trasformazioni culturali avvenute nel mondo femminile durante gli anni ’70, non mutano nella sua forma essenziale la relazione tradizionale dei membri della famiglia. Il cambiamento più evidente è il maggior peso della madre, donna che lavora, che riveste ruoli decisivi nella società, che ha un potere pubblico non inferiore a quello dell’uomo e che, là dove questo potere appare inferiore, usa la politica per le proprie rivendicazioni. Tuttavia essa rimane come sempre il centro del nucleo familiare.
In caso di separazione dal marito, il giudice le assegna generalmente la custodia dei figli, ed essendo ritenuta la parte debole, l’ex marito le deve lasciare la casa di famiglia e versare gli alimenti.
Come se non bastasse, perfino le rivendicazioni della politica sindacale hanno finito, sia pure indirettamente, per mortificare la figura paterna. Lo Stato è diventato il garante della possibilità di costituzione di una famiglia: esso deve garantire la casa alle coppie giovani, garantire un contributo economico quando nascono i bambini, garantire gli asili gratis dove tenere i figli quando le mamme lavorano... Insomma, tutte belle garanzie, ovviamente, sottratte però alla figura e alla funzione del padre, che era il principio di responsabilità a cui si faceva riferimento per avere tutte quelle belle garanzie che oggi si pretendono dallo Stato. Il padre era il responsabile della vita della famiglia: adesso non è più neppure quello.
Questa situazione culturale non si cambia dall’oggi al domani con qualche intervento legislativo, però si potrebbe dare un segnale correggendo la tendenza, mostrando finalmente un po’ di interesse (almeno politico) per il padre. Dunque, se ci sono risorse da destinare al sostegno delle famiglie, si diano per il cosiddetto «permesso di paternità», concedendo, cioè, la possibilità ai padri di restare a casa durante i primi mesi di vita del loro bambino senza perdere il posto di lavoro e senza avere decurtato lo stipendio in modo inaccettabile.
La nostra legge a riguardo funziona male, e infatti la usano l’1,6 per cento dei papà sul totale dei dipendenti pubblici. Non si hanno stime relative all’impiego privato. Senza entrare nei dettagli, basti dire che in Francia la legge sul «permesso di paternità» è usata dal 75 per cento dei papà tra i 30 e i 34 anni. Tuttavia è l’Inghilterra che possiede la più avanzata legislazione in materia anche se, come si è detto, il governo Blair intende perfezionarla. Attualmente i papà inglesi possono restare 18 settimane accanto al loro bambino, fino al compimento dei cinque anni, con una retribuzione al 90 per cento dello stipendio. Questo avviene per le prime sei settimane: nelle restanti percepiscono un indennizzo fisso.
Certo, non è una legge che può restituire la giusta dignità al padre, ma una legge ben fatta può far capire quale sia l’importanza del padre nella famiglia.