Salviamo il nostro Paradiso Terrestre

Il mare mi ha sempre dato sensazioni di pace, senso di libertà. Il suo orizzonte mi faceva pensare a terre lontane, forse irraggiungibili, dove era possibile vivere in pace, in armonia con l’ambiente.
Questo luogo ideale, utopico, non era presente solo nei miei desideri.
È «l’isola che non c’è» di Peter Pan, dove lo spirito eternamente fanciullo riesce a cogliere la meraviglia della vita.
È «l’isola non trovata» del cantautore Guccini, che non è segnata sulle carte nautiche, è solo una fugace apparizione per il navigante più attento, inafferrabile come fumo.
È Atlantide, la terra perfetta descritta da Platone, che per sfuggire alla cupidigia dell’uomo, scompare negli abissi marini.
È la terra promessa, il miraggio di milioni di emigranti di tutte le epoche, che ancora inseguono il sogno di una vita migliore.
È l’Eden, il Paradiso Terrestre da cui siamo stati scacciati...
Eppure è sempre stato qui, ci abbiamo sempre vissuto, senza accorgerci che l’abbiamo sepolto con le tonnellate di cemento delle città, l’abbiamo disboscato selvaggiamente nelle foreste dell’Amazzonia.
È stato inquinato dai rifiuti del benessere, abbiamo sfruttato senza regole, a solo vantaggio di pochi, le sue ricchezze, abbiamo sterminato intere specie animali.
Il nostro Eden è stato umiliato, picchiato, stuprato, ucciso, quanti miliardi di volte ad opera dell’unico animale «intelligente»?
Eppure è ancora qui.
A volte riusciamo a coglierne il profumo, ne ammiriamo la perfezione in un’alba radiosa su vette innevate, in un tramonto struggente sul mare, in un bosco solenne come una cattedrale, nella tavolozza ineguagliabile dei suoi colori autunnali.
Dipende solo da noi, da ognuno di noi, se riusciremo a salvare qualcosa del nostro paradiso terrestre, prima di avere soltanto un inferno in cui finire.
Sappiamo benissimo che per salvare il salvabile, per migliorare la qualità della nostra vita e per dare un futuro ai nostri figli, non bastano poche parole scritte su un giornale. Né sono sufficienti le sporadiche manifestazioni che si svolgono seguendo i vari venti politici.
Quello che serve è la presa di coscienza collettiva dei governi locali, dei governi di tutto il mondo, che possono, se vogliono, imporre condizioni per diminuire l’inquinamento, e per soddisfare i bisogni primari di milioni di esseri umani che muoiono di fame e di malattie.
Si dovrebbe proibire l’uso di agenti cancerogeni, che causano distruzioni umane e il proliferare di malattie rare, di cui non è ancora nota la natura patogenetica, e di quelle emato-oncologiche.
È importante il ruolo delle comunità locali, affinché il territorio venga governato a misura d’uomo, e sia possibile vivere, se non nell’isola dei nostri sogni, in un ambiente dove possiamo respirare aria pulita e possiamo mangiare cibi che non portino ad un lento avvelenamento del nostro corpo.
Quanti di noi hanno un parente, un amico, un conoscente malato di uno dei tanti tumori che continuano a proliferare e che non risparmiano neppure i bambini! Quante volte abbiamo dato la colpa all’inquinamento!
Ma l’inquinamento è figlio degli egoismi, del profitto cannibale, della sopraffazione del dio denaro sul Dio degli uomini: ma possiamo ancora evitare di scomparire come Atlantide negli abissi dell’autodistruzione.
Sarà possibile se, nel nostro vivere quotidiano, il rispetto dell’ambiente e dell’uomo diventerà il primo pensiero al nostro risveglio, perché tutti in fondo desideriamo un mondo migliore.
Coloro che detengono le leve delle decisioni ricordino che neppure loro sono al riparo dai danni alla salute; basta fare una visita negli ospedali per rendersene conto.
Vista la difficoltà dell’argomento concludiamo con un pensiero di Henry Moore: «Il segreto della vita è di avere un compito, un punto di riferimento per tutto, e la cosa più importante è che sia qualcosa di impossibile da fare».
Piero Randazzo