Sanità, quando si cade dalla parte giusta

Neppure cinquanta chilometri dividono la clinica Santa Rita dall’ospedale San Matteo. Per quanto minima, la distanza è siderale: in mezzo, il profondo abisso che separa la sanità dannata dalla sanità sana.

Nelle ultime ore, gli avvenimenti dall’uno e dall’altro pianeta si rincorrono in modo strano. Mentre Milano cerca di curare l’infezione del proprio sistema privato, Pavia offre subito un motivo di consolazione con un istituto pubblico. Per un primario come l’ormai arcinoto Brega Massone, che s’è visto sbattere il nome sulle prime pagine grazie ai disinvolti interventi a fini di lucro, eccone un altro che si merita la citazione con un magistrale colpo d’ala. Facciamolo immediatamente, questo secondo nome. Molto più volentieri. Giuseppe Martucciello, uomo guida della chirurgia pediatrica. Con il suo bisturi, senza avere in testa il conto in banca e negli occhi i bigliettoni dei rimborsi regionali, ha compiuto il miracolo: Chiara, sei anni, è nata una seconda volta.

Che cosa significhi questa nuova vita, soltanto una madre e un padre possono compiutamente immaginarlo. Fino all’altro giorno, la piccola non ha mai mangiato. A lei negata la naturale e affascinante trafila dello svezzamento, quindi dei primi assaggi, dei primi sapori, dei primi piaceri. In tutto questo periodo, il suo menu era abbastanza monotono: sondino, sondino, sondino. Caramelle, cioccolata, pizza e pop-corn: tutto l’armamentario che fa felici i nostri figli e i nostri dentisti, per Chiara era proibito e impossibile.
A rompere la monotonia dell’alimentazione in vena, cinque interventi. Purtroppo, nessuno risolutivo. Solo qualche danno in più. Nel frattempo, il tempo passava. Un anno fa, il peggioramento preoccupante. È il momento in cui Chiara arriva sotto le sgrinfie - in questo caso davvero la metafora può suonare ironica e bonaria - del primario Martucciello. La prospettiva non è delle più incoraggianti: l’intervento, per l’Italia, è definito pionieristico. Nella storia del pianeta terra, 182 casi in totale. Soltanto 23 i sopravvissuti. Soltanto 2 quelli che si alimentano senza aiuti artificiali.
Questo il quadro, questa la sfida. Per un’Italia che nello stesso periodo riempie i settimanali di reportage angosciosi, tra scantinati schifosi di vecchi ospedali e gestioni allegre nei nuovi, suona come una folle scommessa. Ma qui sta il mistero tutto italiano: accanto alla sanità dannata, esiste e sopravvive la sanità sana. A questa, inconsciamente, Chiara affida tutta se stessa. Affida le sue pene di bambina cresciuta dentro e fuori la sala operatoria, tra aghi e cannette, senza corse ai giardinetti e senza le dolci gioie della pasticceria, ma affida anche le sue speranze di riscossa totale, di scorpacciate epocali a base di hamburger e patatine, di cornettialgida e di kinderferrero, senza negare che in certe situazioni persino il minestrone della nonna possa diventare una gran cuccagna da gustare in tutta euforia. Al fianco di Chiara, una mamma e un papà che vivono per lei, per le sue pene e per le sue speranze. Anch’essi, molto più lucidamente e consapevolmente, affidano tutto il proprio essere alle mani coraggiose di un semplice uomo, per l’occasione potente come un creatore.

Quanti bambini, quanti genitori in queste condizioni varcano tutti i giorni i cancelli delle nostre cliniche e dei nostri ospedali? Lo sanno, se ne rendono conto, gli avidi primari della sanità dannata alla Santa Rita? Il diavolo se li porti, quando fingono di non saperlo. Quando tagliano e infieriscono soltanto per il gusto disumano di ingrassare il conto in banca, commettendo insieme due reati turpissimi e imperdonabili: rovinare persone inermi, rubare soldi alla collettività.
Certamente si rende conto dell’umanità che si trova di fronte, che si affida alle sue mani e alla sua intelligenza, il primario della sanità sana alla San Matteo. Sa che la responsabilità è enorme, ma il suo lavoro, la sua missione, il suo ideale prevedono proprio questo, semplicemente questo: provarci, al meglio delle proprie capacità, costi quel che costi. E vada come vada, a Dio piacendo.
Salto immagine, l’altro giorno: l’ultimo catetere è rimosso. Chiara finalmente assaggia il gelato alla fragola, trovandolo divino, oltre ogni più rosea immaginazione. In reparto la considerano una mascotte. Tutti, dagli infermieri fino al primario, sono felici per lei e soddisfatti del proprio lavoro. Questo, non altro, è in fondo ciò che si intende per sanità sana. Normale, leale, onesta.

A Chiara si spalanca adesso tutto il mondo misterioso e incantato del gusto. Finalmente, avrà pane per i suoi denti. E anche companatico. E anche crostate, e anche patatine, e anche torroni. A noi, che in questi giorni di notizie plumbee ci ritroviamo con la sua storia a respirare aria fresca, resta aperta pure una fastidiosa domanda: ma allora, la sanità italiana è quella della Santa Rita o quella del San Matteo? Inutile nasconderlo, conosciamo anche la risposta: la sanità italiana è un po’ Santa Rita e un po’ San Matteo. La sola fortuna che