Sant'Elia prima di Le Corbusier e "Metropolis"

Sant'Elia prima di Le Corbusier e "Metropolis". Quei progetti fantascientifici che anticipano le archistar

Nel 1914 Filippo Tommaso Marinetti andò a Mosca e scoprì nei futuristi russi la tensione verso una nuova architettura. Kazimir Malevic la sintetizzerà in L'architettura quale schiaffo al cemento armato, mentre per Aleksandr Michajlovic Rodcenko l'arte del futuro «sarà necessariamente l'arte dei grattacieli di quarantotto piani, si adeguerà ai ponti grandiosi, al telegrafo senza fili, all'aeronautica, ai sottomarini, ecc.». Marinetti covava da tempo queste idee, e l'architettura futurista era al centro del suo cuore, così pieno di centri. Aveva soltanto bisogno di scoprire un grande architetto futurista. Lo trovò, proprio al ritorno da Mosca, in Antonio Sant'Elia, che scriverà: «Sentiamo di non essere più gli uomini delle cattedrali, dei palazzi, degli arengari; ma dei grandi alberghi, delle stazioni ferroviarie, delle strade immense, dei porti colossali, dei mercati coperti, delle gallerie luminose, dei rettifili, degli sventramenti salutari». Al posto dell'eleganza pomposa si voleva imporre il gusto del leggero, del pratico, dell'effimero, del veloce.

Magro, bello, i capelli rossi tirati all'indietro, socialista senza partito, Antonio Sant'Elia - che la Triennale di Milano celebra con una grande mostra - sembrava nato per il futurismo già nel fisico, oltre che nelle idee. Era nato a Como, nel 1888, figlio di un parrucchiere, e si diplomò alla scuola di arti e mestieri. A Milano trovò lavoro nell'ufficio tecnico comunale, come disegnatore edile, e si iscrisse all'Accademia di Brera senza mai terminare gli studi, ottenendo invece il diploma di professore di disegno architettonico. Carrà, appena visti i suoi disegni, ne rimase fulminato. Marinetti, poi, non ebbe dubbi che Sant'Elia avrebbe potuto teorizzare e realizzare ciò che i pittori futuristi immaginavano, senza riuscire a dare una struttura organica alle loro fantasie.

Il giovanissimo quasi-architetto venne subito cooptato e il 14 luglio 1914 Lacerba pubblicò a sua firma il Manifesto dell'architettura futurista. Vale la pena di riportare un lungo brano: «Gli ascensori non debbono rincantucciarsi come vermi solitari nei vani delle scale; ma le scale, divenute inutili, devono essere abolite e gli ascensori devono inerpicarsi, come serpenti di ferro e di vetro, lungo le facciate. La casa di cemento, di vetro, di ferro senza pittura e senza scultura, ricca soltanto della bellezza congenita alle sue linee e ai suoi rilievi, straordinariamente brutta nella sua meccanica semplicità, alta e larga quanto più è necessario, e non quanto è prescritto dalla legge municipale, deve sorgere sull'orlo di un abisso tumultuante: la strada, la quale non si stenderà più come un soppedaneo al livello delle portinerie, ma si sprofonderà nella terra per parecchi piani, che accoglieranno il traffico metropolitano e saranno congiunti, per i transiti necessari, da passerelle metalliche e da velocissimi tapis roulants». Storici e architetti hanno discusso e discutono ancora su quanto di suo ci sia nel Manifesto, certo è che Sant'Elia rinnegò solo un passaggio, probabilmente voluto da Marinetti: «Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi le sue città». «Fesserie», fu il laconico commento di Sant'Elia.

Se non fece in tempo a costruire nessuno dei suoi progetti fantascientifici, oggi li ritroviamo in tanta architettura contemporanea, la più avanzata. La metropoli dell'avvenire viene immaginata da Le Corbusier anche grazie all'architettura teorizzata da Sant'Elia. Strutturazioni piramidali, ritmi ascensionali, cascate di vetro, città percorse da treni, da flussi di traffico, da interconnessioni urbanistiche, in un'esaltazione del progresso e del mezzo meccanico. Molti «grattanuvole» a linee ellittiche e oblique, nelle città più moderne dei cinque continenti, somigliano in modo impressionante ai progetti di Sant'Elia. I suoi disegni hanno ispirato Fritz Lang per le architetture di Metropolis. È ispirata al suo Studio per un Edificio (1913) perfino la cattedrale del pianeta alieno di un fumetto americano, Legend of the Hawkman, uscito nel 2000.

Sant'Elia non fece in tempo a vedere niente di tutto ciò. I futuristi si vollero arruolare ancora prima che iniziasse la Grande Guerra. Il giorno dell'intervento italiano Marinetti era già in servizio a Gallarate, insieme a Boccioni, Russolo, Sant'Elia, Erba, Funi, Piatti e Sironi, tutti nella stessa compagnia. Il 21 ottobre ebbero il battesimo del fuoco sulle pendici del Monte Altissimo e Russolo, incantato dai clamori delle bombe, compose mentalmente una nuova opera per intonarumori. Ma la guerra produsse più lutti che invenzioni, per loro. Boccioni morì a 34 anni, il 17 agosto 1916. Sant'Elia cadde il 10 ottobre, a 28 anni dopo avere ottenuto una medaglia d'argento: «Sotto l'intenso fuoco nemico, accorreva arditamente ad assumere il comando di un plotone di lanciatori di bombe, del quale erano già caduti feriti due comandanti. Colpito egli stesso alla testa e portatosi per insistenza del suo capitano al posto di medicazione, non appena medicato, ritornava sulla linea di fuoco, dando mirabile esempio di coraggio e serenità». Sottotenente di fanteria, fu colpito da una pallottola mentre guidava all'assalto il suo plotone zappatori durante l'ottava battaglia dell'Isonzo, ottenendo un'altra medaglia d'argento alla memoria. «Ragazzi andiamo, che stanotte si dorme a Trieste o in Paradiso con gli eroi», furono le sue ultime parole. Né la pittura né soprattutto l'architettura futuriste si riprenderanno mai da queste perdite.

@GBGuerri

Commenti
Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Dom, 27/11/2016 - 12:21

Visioni di più di cento anni fa che si sono realizzate solo per le strutture pubbliche, gli impianti tecnologici di pubblica utilità o, addirittura, nel mondo del web. Le 'visioni' di Sant'Elia non si sono mai davvero realizzate. Non si è mai veramente instaurata l'integrazione', la 'nuova formalità' tra innovazione ed abitare. Chi può, e ha i soldi, si fa il casale per conto suo, oppure si chiude all'Olgiata a Roma e a Montmorency a Parigi, mentre i poveracci ancora stanno confinati nei tetri manufatti tirati su dai palazzinari e/o pastorazzi arricchiti negli anni '50: manufatti che, delle visioni di Sant'Elia hanno solo l'altezza e il cemento, ma non la leggerezza, l'utilità e la simbolicità. Oggi ci siamo solo in parte emendati, realizzando palazzine con un po' di verde e un po' più di luce. Ma restiamo in un dualismo tra tecnologia e residenza, tra chi può e chi non può, che non è mai stato, purtroppo, superato, e che, probabilmente, non lo sarà mai!