Sarà la rampante Cina a salvare l’Occidente

Negli ultimi giorni mi è accaduto quattro volte di pensare che la civiltà occidentale, nel suo scontro con quella islamica, potrebbe trovare nella Cina il suo più potente alleato. La prima volta quando, sfogliando un saggio su Michelangelo di due studiosi cinesi (Shen Dali e Dong Chou, Michelangerlo Buonarroti) ho visto che era pieno di citazioni di poeti occidentali antichi e moderni, da Omero, Ovidio e Virgilio a Dante, Ronsard e Corbière. La seconda quando un amico musicologo, al quale avevo chiesto chi fosse oggi il più bravo interprete dell’opera di Mozart, mi ha segnalato ben tre pianisti cinesi, fra i quali la celebre Jin Ju. La terza quando, discorrendo con un dotto economista dei gravi problemi di Napoli, ho appreso che oggi il porto di quella città è il più importante del Mediterraneo, e che questo si deve al fatto che per le sue banchine, con grande vantaggio per il «sommerso» campano, passa il 70 per cento delle merci provenienti dalla Cina. La quarta infine quando, passando per la romana piazza Vittorio, mi sono accorto che la sua conquista da parte dei bottegai cinesi l’ha ormai trasformata in una piccola, operosissima China Town.
Lo so che c’è chi pensa che tutto questo conferma che il vero pericolo per l’Europa e l’Occidente non sia affatto l’orgoglio musulmano ma proprio quello cinese. Che ad accopparci non sarà il rumoroso terrorismo islamico, ma la silenziosa crescita economica della Cina. E che, insomma, la vera minaccia non è il distruttivo ma inconcludente furore dei devotissimi figli di Allah, ma l’industriosa e lieta intraprendenza dei miscredenti alunni di Confucio. Io invece mi sono iscritto da un pezzo (diciamo dall’11 settembre del 2001) al club di quanti pensano che per noi i cinesi non siano affatto un pericolo. E che non lo sono per la semplice ragione che diversamente dagli arabi, che ci odiano e disprezzano, o fingono di disprezzarci, sono ormai diventati più occidentali di noi. E lo stanno dimostrando facendo e sognando le stesse cose che facciamo e sogniamo noi.
Ossia non solo il lavoro, il commercio, gli affari, il benessere e il nostro stile di vita, ma anche la nostra arte, la nostra poesia, la nostra filosofia, il nostro teatro e la nostra musica, insomma la nostra cultura, che essi spesso capiscono e ammirano persino più di noi, e che riescono ad apprezzare senza rinnegare la loro, giacché, nonostante tante appariscenti differenze, le sentono per certi aspetti «sorelle».
Aveva insomma ragione il grande Claude Lévi-Strauss quando ormai mezzo secolo fa, nelle ultime pagine di quel libro in ogni senso mirabile che è Tristi tropici, riflettendo sulla storia dei rapporti fra l’Europa e l’Oriente, osservò che l’Islam li aveva gravemente danneggiati ostacolando «un girotondo in cui le mani dell’Oriente e dell’Occidente erano predestinate ad allacciarsi».
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