Sarkò ha tentato di fare il De Gaulle Ma in patria ormai ha troppi nemici

Le mosse di Sarkozy hanno l'obiettivo di risollevarne l'immagine, ma è una strategia iniziata nel '54

Grandeur militare, protagonismo politico e insofferenza per i vincoli dell’Alleanza Atlantica. Le mosse di Nicolas Sarkozy degli ultimi giorni, più che una novità, sembrano il ritorno a una costante della politica francese. Che anche nel passato ha spesso giocato con la diversità e la libertà di movimento di Parigi all’interno del blocco occidentale. Nelle intenzioni del presidente la virata aveva l’obiettivo di risollevare la sua immagine di fronte all’opinione pubblica interna. Ma a giudicare dai risultati delle elezioni cantonali di domenica scorsa il tentativo sembra fallito e oggi l’inquilino dell’Eliseo deve fare i conti con un indebolimento anche all’interno del suo partito.
Quanto all’eterodossia francese nell’ambito della difesa europea l’indisciplina di Sarkozy ha radici profonde che risalgono addirittura agli anni ’50 e 60. Nel 1954 il governo guidato da Pierre Mendès France affonda la Comunità europea di difesa. È uno dei più ambiziosi progetti nella storia del vecchio continente, spinto da europeisti come Jean Monnet e Robert Schumann. Paesi come Olanda, Belgio e Germania ratificano il trattato che crea il primo nucleo di un esercito comune. Il Parlamento francese dice di no: dai comunisti ai gollisti tutti contrari, con l’unica eccezione del Mrp (la piccola Dc francese). Dodici anni dopo il generale de Gaulle separa le sorti francesi da quelle della struttura militare della Nato: Parigi, è la sostanza della decisione, ha l’ambizione e le risorse per giocare in proprio la partita della difesa, soprattutto per quanto riguarda la «force de frappe» nucleare.
L’assenza dei soldati francesi alle operazioni dell’Alleanza (o la loro presenza con uno status specifico) durerà fino al 2009. Ed è proprio Sarkozy a violare il tabù riportando a pieno titolo la Francia nella Nato. Sono i tempi di «Sarkò l’americano», che trascorre la prima vacanza da presidente nel New England, vicino a casa Bush, che sembra mandare in soffitta l’eredità gollista. Ma da allora per l’Eliseo è un continuo calo nei sondaggi. Con due periodi fortunati: quando Sarkozy guida la mediazione occidentale nella guerra tra Russia e Georgia; e quando sembra assumere un ruolo da protagonista nel concerto dei paesi industrializzati alle prese con la crisi finanziaria dei mutui subprime. «Ai francesi piace quando il loro presidente fa il primattore sulla scena internazionale», ha scritto nei giorni scorsi il britannico Guardian. Vero. E c’è anche questo calcolo nelle decisioni dell’Eliseo dei giorni scorsi. Ora, però, aumentano i dubbi. Domenica la sconfitta dell’Ump, il partito di Sarkò, è stata bruciante: 16,3% dei suffragi, i candidati di Diverse Droite (indipendenti di destra senza affiliazione partitica) sono al 15,9%, il Front National (che in quasi un quarto dei distretti elettorali non si è presentato) addirittura il 14,7%. Nel cantone di Neully nord, (in cui Sarkozy gioca in casa visto che di Neully è stato sindaco) l’Ump non raggiunge il 26%. Alle precedenti elezioni superava il 58%. Ora si tratta di decidere l’indicazione di voto per i ballottaggi di domenica 27 nei cantoni in cui il partito al governo è escluso. Lunedì l’Eliseo dà le sue indicazioni: nè con gli uni nè con gli altri. Ma il presidente viene subito contraddetto dal suo primo ministro Fillon: «non voteremo mai per la destra del Front national». Ieri i vertici del partito e lo stesso Fillon si sono dati da fare per rimarginare la spaccatura. Ma ormai la ferita è aperta. E il problema di una resa dei conti interna è solo rinviato. Forse solo fino a domenica sera.