Sassoferrato ovvero l'arte di essere noioso e sublime

L'obiettivo delle sue opere, spesso repliche dei maestri amati, è una perfetta indifferenza

Perché ci interessa Sassoferrato? Non esiste un pittore meno creativo di lui, stucchevole, noioso, ripetitivo; e però sublime. Pittore di essenze e non di esistenze, Sassoferrato non crede alla evoluzione dell'arte. Ha stabilito prima del Bellori il primato di Raffaello e vuole continuare il suo cammino, indifferente al tempo e alla storia.

Con un annullamento della personalità e dell'amor proprio, Sassoferrato dipinge con lo stesso impegno le proprie originali invenzioni, paradigmi devoti e celebri capolavori di Raffaello, o di Perugino, come nel Convento di San Pietro a Perugia, che riproduce con fedeltà di disegno e soavità cromatica programmaticamente più frigida ma non meno morbida di quella del prototipo. Certo più molle, più soffice.

Sarà interessante verificare un giorno i confini dell'ossessione della ripetitività in Sassoferrato, l'annullamento della gerarchia delle repliche - quando autografe e originali - senza discontinuità qualitativa, con lo stesso impegno in una versione e nell'altra, potenzialmente moltiplicabili all'infinito nell'uniformità esecutiva. Per lui non c'è un originale e una replica: l'impegno e la concentrazione sono gli stessi. Per questo, borgesianamente, Sassoferrato, come ripete se stesso, può ripetere Raffaello senza diminuirlo, tentando di riprodurne la tensione pittorica.

Nessuno più di lui è umile e paziente nel servizio alla pittura. Il suo obiettivo è la perfezione, nell'atarassia, nell'indifferenza. E non è un caso che i riferimenti pittorici di Sassoferrato, la cui fedeltà al reale poteva farlo ascrivere fra i naturalisti, siano Guido Reni e Domenichino, idealisti irriducibili, in una condizione intrinsecamente contraddittoria. Potremo dire che Sassoferrato dipinge realisticamente, quasi iperrealisticamente, l'idea, inseguendo un bello senza tempo, che ha in Raffaello l'archetipo e in Moncalvo, in Scipione Pulzone, in Carlo Dolci e in lui - come più tardi in Overbeck e nei Nazareni - gli interpreti fanatici e irriducibili. Come Domenichino, il suo maestro, classico, distaccato, Sassoferrato estrae dai volti delle sue Vergini, dei santi e perfino dei personaggi reali che ritrae, un'essenza misteriosa, un'entelechia, che trasfigura la realtà e la rende consistente, eterna, incorruttibile.

È proprio questo processo di solidificazione, di mineralizzazione delle forme senza perderne l'apparente morbidezza, a rendere così originale, pur nella ripetitività, pur nei soggetti devozionali, l'opera di Sassoferrato. Nessuno meglio di lui ha colto l'essenza della pittura bolognese. E non solo quella dell'affine, classicistico, Domenichino; anche quella di Francesco Albani e del Guercino maturo, levigato e porcellanoso. A Guercino, Sassoferrato sembra sottrarre sangue e vita, in un'infinita distanza dai sensi. Per questo Sassoferrato può essere considerato un pittore astratto, indifferente, atarattico. I suoi ripetuti personaggi con espressioni devote sono totalmente inespressivi, non mostrano emozioni. Io stesso, attratto e respinto dalla sua pittura pop, ho acquistato due versioni autografe e impallate della Madonna orante, ripetute con la stessa iterazione delle icone bizantine.

Certo, anche Antonello si ripeteva, ma in Sassoferrato è un metodo di visione, un principio formale, una distanza dal vero che trasferisce la carne in cera, con una evidente mediazione rispetto alla realtà che ignora. È tondo, plastico, alieno da sentimenti. E nei suoi dipinti, senza tempo, non c'è ora, non alba, non mezzogiorno, non sera. La luce è luce celeste, i colori sono mentali, le carni cera. Nessun naturalismo, nessuna fedeltà al vero, nessuna verosimiglianza. Eppure ciò che «appare» ha l'apparenza del reale, anche quando è modulare. In un altro dipinto della mia Fondazione, la Santa Caterina in adorazione del Bambino, di grande equilibrio e armonia formale, la santa ritorna identica a quella della Madonna del Rosario della Basilica di Santa Sabina a Roma (1643). Le stesse luci, le stesse ombre, la stessa densità delle stoffe.

Sassoferrato non ha mai un cedimento. Il suo bello ideale è eterno e incorruttibile, all'apparenza morbido, ma nella sostanza minerale. E quando traduce un prototipo di Raffaello o, come a Perugia, di Perugino lo trasporta in una dimensione remota, astratta appunto, sterilizzandolo, estinguendone la vita e la vitalità. E non facendosi distinguere per novità e originalità di stile, bensì per densità e morbidezza della materia, carezzevole e molle, ma svuotata di anima e tutta di superficie, senza profondità. Sassoferrato fa levitare il colore, nascondendosi dietro i paradigmi da cui si muove, restando fermo, spirito barocco immobile, senza espressione e senza energia sentimentale, emotiva. La sua originalità è soltanto formale, per lunga elaborazione della pittura scaldandola come una torta nel forno levita, ma senza assumere significati nuovi. Arte astratta, dunque, o arte per l'arte. Era certamente ciò che lui voleva e gli è riuscito: apparire irriconoscibile, invisibile. Penso a Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato (1609-1685), che si nasconde dietro le copie di Raffaello che non devono far rimpiangere gli originali di quel grande; e anche dietro le copie dei suoi stessi dipinti, concepite da anonimi che non sono lui ma lo evocano.

Insomma: quando è lui, si può non riconoscerlo, ma la qualità della sua pittura è sempre costante, alta, uniforme, in una deliberata ma solo apparente rinuncia alle passioni; quando non è lui, si crede di riconoscerlo. Nel suo autoritratto Sassoferrato ci dice che vuole tacere, che non vuole essere riconosciuto, che non vuole essere identificato; ci appare spiritualmente fratello di Buster Keaton o di Grant Wood, nel suo Gotico americano, in un realismo assoluto, senza tempo. È dunque un pittore del Cinquecento, dell'Ottocento o del Novecento? Tutto meno che del Seicento.