Savona non sa più di essere la città del chinotto

A ingresso città, appena fuori dall'uscita autostradale in località Legino, campeggia la scritta «Savona, città del Chinotto». Uno slogan voluto dall'ex assessore comunale Wilma Pennino, che nel 2004 ha promosso un ricco programma di riscoperta e promozione di questa coltivazione che indietro nel tempo ha reso Savona nota Europa. Un piano di rivalutazione che prevedeva iniziative per far conoscere ai cittadini la tradizione che lega questo agrume al territorio, la messa a dimora di nuove piante e il sostegno a tutte quelle aziende che avessero voluto portare avanti l'attività di coltivazione e produzione del «Chinotto di Savona». A distanza di quattro anni, queste iniziative ci saranno pur state, ma se si prova a domandare ai Savonesi cosa significhi questo slogan e se in città esistano coltivazioni, la risposta è disarmante: «I chinotti? A Savona non li abbiamo mica». È stata presentata persino un'interpellanza in Consiglio comunale, per mettere alle strette l'Amministrazione sul perché, nonostante i tanti piani, nei fatti poi questa produzione resti appannaggio di due sole aziende, e nessuno conosca il significato di uno slogan cittadino che non adempie così alla sua funzione. E genera anzi stupore, e alle volte imbarazzo, nei Savonesi che interrogati non sanno rispondere.
Non che abbiano poi tutti i torti. In effetti la produzione negli anni è diventata sempre più di nicchia e oggi è portata avanti da un numero di aziende che si contano sulle dita di una mano. E dire che la storia dei chinotti a Savona affonda le radici nel 1500, quando un navigatore li importò dalla Cina, come suggerisce anche il nome stesso della pianta. Nel tratto di litorale compreso tra Varazze e Finale Ligure, i chinotti trovarono un habitat favorevole e la coltivazione andò sempre più sviluppandosi. Non solo: la varietà ligure, acclimatatasi in Riviera, grazie alla dimensione più ridotta, alla buccia più spessa e alla maturazione precoce superò in qualità l'originale - per una volta - cinese. Fino a raggiungere l'apice, tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, quando addirittura il laboratorio francese Silvestre-Allemand lasciò la Provenza per spostarsi a Savona, dove si trovavano quei «jardins» rinomati in tutta Europa. Non era raro in quegli anni trovare nei caffè italiani o d'Oltralpe i chinotti di Savona immersi nel maraschino, famosi per l'aroma e ottimi anche come digestivo. Le proprietà organolettiche del chinotto erano conosciute ancora prima quando, ricco di vitamina C, nutriva i naviganti e li proteggeva dallo scorbuto.
La convivenza con gli artigiani francesi fece sì che nascessero anche nel Savonese simili laboratori, che appresero la tecnica di canditura e la affinarono. Il chinotto, infatti, a causa del suo sapore aspro e acido, non può essere consumato fresco, ma deve essere trattato: con le opportune operazioni, poteva venire impiegato a livello industriale per la produzione di canditi e dolci. Fino agli anni Venti, momento in cui il chinotto a Savona conobbe un momento di grave crisi da cui non si è mai più risollevato. E così oggi, in tutta la zona dell'Oltreletimbro - il torrente che attraversa Savona - non si trovano più centinaia di piante di chinotto, ma la stazione ferroviaria e il cemento. Soltanto nel Finalese, a pochi chilometri dalla costa, l'azienda agricola di Enrico Pamparino produce i preziosi agrumi che finiscono poi nei laboratori della pasticceria «Besio», in pieno centro città, l'unica a tramandare la tradizione secolare ai ritmi moderni. È qui che si raccolgono i frutti ancora acerbi per produrre golosi boeri di cioccolato, e i chinotti più grandi utilizzati per marmellate o - con il loro estratto - caramelle. Oltre all'omonima bevanda, «Chinotto di Savona», diventato marchio registrato.
Il Comune - dicono gli uffici - sarebbe pure ben disposto a individuare sostegni adeguati per le aziende che volessero portare avanti questa tradizione, se solo ci fossero. Da quattro anni a questa parte è stato creato anche un Presidio Slowfood per rilanciare la coltivazione e la canditura. Ma nonostante tutto, di «Savona, città del Chinotto» resta solo lo slogan.