Saya, il faccendiere nero tutto chiacchiere e distintivo

Gian Marco Chiocci

da Roma

A metà marzo cercava una sistemazione a Roma, «il più vicino possibile ai palazzi del potere». Agli amici degli amici, ai fratelli di loggia e a chiunque - dal Viminale fino in Vaticano - si diceva pronto a cavalcare il suo progetto, implorava uno sforzo per avviare la sede del «nuovo» Movimento Sociale-Destra Nazionale ispirato al partito di Giorgio Almirante.
Nelle vesti di segretario, presidente, ispiratore, militante e fondatore dell’Msi bis, Gaetano Saya era pronto (o almeno credeva di esserlo) per il grande salto nella politica che conta. Purtroppo per l’interessato, e per i duecento dirigenti e gli oltre mille iscritti che in lui ci speravano abbastanza, la ricerca dell’alloggio di rappresentanza è andata a farsi benedire di pari passo a una crisi irreversibile interna al partito e all’associazione antiterrorismo accusata di essere una sorta di «polizia parallela», sulla carta pronta a qualsiasi uso, nei fatti improbabile e casareccia.
Il primo a sentire puzza di bruciato è stato il fascistissimo Stefano Tacconi, ex portiere della Juve e della nazionale, inizialmente schierato fra i pali del nuovo Msi nella partita elettorale delle regionali in Lombardia: «La notizia non mi sorprende affatto - dice al Giornale - e meno male che ho fatto bene a dar retta al mio istinto, a mollare il partito, sotto sotto sentivo che c’era qualcosa di poco limpido...».
Sotto sotto Gaetano Saya era solito muoversi con abilità. Trasversale ad ambienti più sbirreschi che camerateschi, nei suoi raduni tra Firenze, Milano, Parma e Reggio Emilia spaziava dalla lotta politica a una visione un po’ esagerata della sicurezza interna. Così, almeno, le ultime informative della Digos descrivono il piccolo Grande Vecchio.
La sua pregressa appartenenza alla confraternita massonica internazionale «Appendice 1», il sito coi biglietti d’auguri siglati Licio Gelli, la passata collaborazione ai servizi segreti militari, la sbandierata collocazione in misteriose unità Nato, fanno del baffuto ex poliziotto il prototipo del personaggio ideale dei soliti sinistri, cultori dei Servizi deviati, della massoneria depistante, di fascisti e sbirri antidemocratici.
A leggerle bene le intercettazioni, Saya sembra più un pupo che un puparo. Pericoloso? Forse un po’ esaltato, fors’anche un tantino estremista. È uno che cerca spazio a destra dell’affollata estrema destra. Sgomita, s’industria, inventa. «Lo sanno tutti che non sarebbe in grado di fare male a una mosca» sussurra un fedelissimo toscano. Solo chiacchiere e distintivo, per dirla con De Niro-Al Capone in The Untouchables.
Il carneade nero diventa famoso per la celebre testimonianza contro Giulio Andreotti al processo di Palermo, ovvero per avergli dato del mandante nell’omicidio Dalla Chiesa secondo un’informazione ricevuta «all’orecchio» dall’ex direttore del Sismi, Giuseppe Santovito. Nel professarsi «ex agente» di una struttura paramilitare senza nome, in aula Saya si è prima dichiarato appartenente al Partito nazionale giustizialista, eppoi è stato costretto a denudarsi in aula - a porte chiuse - per mostrare alla Corte il tatuaggio di riconoscimento di una presunta organizzazione massonica legata ai servizi segreti.
A distanza di anni lo ritroviamo attraverso l’Unione nazionale delle forze di polizia, una sorta di sindacato in divisa. Poi attraverso l’entità politica Destra Nazionale, che nel logo riprende l’immagine della Cia, e nella sostanza, oltre a criticare la svolta di Fiuggi, spinge per la creazione di «reparti di protezione nazionale» in chiave antislamica, riservisti operativi di supporto alle forze di polizia in caso di attacco.
E, soprattutto, spunta fuori attraverso il Dssa, il Dipartimento studi strategici antiterrorismo, che pensa di costituire a fine 2003, che poi effettivamente crea nel marzo 2004, finanziato con oboli e donazioni, strutturato come un’agenzia di intelligence, comandato da un solo capo (lui) a cui si deve rispetto e obbedienza. Il gruppo si muove con auto blu, lampeggianti e palette. Accanto a Saya sgobbano poliziotti veri e finti carabinieri, 007 in pensione e nullafacenti improvvisatisi detective. Difficile credere ad una Spectre privata al servizio di chissà quale entità. Difficile credere anche a un collegamento tra Fabrizio Quattrocchi, il vigilantes sequestrato e ucciso in Irak nell’aprile dell’anno scorso, e il faccendiere nero. La Digos s’è affrettata a ridimensionare il collegamento. Non vorremmo che fosse la prima di una lunga serie di marce indietro.