Sbloccate i beni dei rapiti

Nella crescente opacità delle vicende afghane, per ora due sole cose appaiono chiare. La prima, assai confortante, è che Daniele Mastrogiacomo è vivo, sano, libero, ed è stato restituito all’affetto dei suoi cari. La seconda, per molti versi assai meno rassicurante, è che lo Stato italiano (praticamente senza eccezioni: dal caso Sgrena alle due Simone, fino alla vicenda del reporter di Repubblica) tratta, paga, subisce il gioco al rialzo, accetta le condizioni di rapitori e sequestratori, anche quando ciò crea tensioni nelle alleanze internazionali del nostro Paese. Da questo punto di vista, in pochi hanno soppesato la gravità e l’eloquenza delle critiche che il Wall Street Journal ci ha rivolto, mettendo nel mirino la tradizionale tendenza italiana alle ambiguità, alle trattative parallele, unite - peraltro - ad una certa reticenza nei confronti degli alleati dell’Occidente, Stati Uniti in testa. Ma lasciamo da parte, per oggi, il «lato esterno» della vicenda (a proposito: sarà interessante capire se Massimo D’Alema ha avuto cuore di ribadire a Condoleezza Rice che il segretario del suo partito, Piero Fassino, vorrebbe portare gli sgozzatori talebani alla Conferenza di pace sull’Afghanistan...), e concentriamoci su un aspetto tutto italiano.
Se - lo ripeto - sembra acclarato che lo Stato tratta, paga o comunque cede ai rapitori afghani o iracheni, coerenza vorrebbe che, qui in Italia, rispetto al triste fenomeno dei sequestri di persona, fosse messo in discussione e abolito il blocco dei beni dei familiari dei rapiti. Non si capisce per quale ragione, infatti, si debba precludere ai cittadini quel che lo Stato consente a se stesso. E non solo per ragioni teoriche: io, infatti, non credo proprio che lo Stato sia un’entità superiore alla quale si debba sacrificare o consegnare un diritto fondamentale delle persone, e addirittura il diritto di decidere - in ultima analisi - sulla vita di un ostaggio (a meno di ritenere, e sarebbe francamente curioso, che la vita di un ostaggio in Calabria, in Sardegna o altrove abbia meno valore di quella delle due Simone). Ma anche per ragioni molto concrete, che hanno a che fare con l’opacità di molte, di troppe trattative «statali» all’estero: se infatti, in Afghanistan, i Ministeri interessati e i Servizi segreti promuovono (o accettano, o subiscono) una specie di «outsourcing» a favore di Emergency, perché, quando si rientra in Italia, si dovrebbero imbavagliare e ammanettare anche i familiari di un ostaggio, se cercano di salvare la vita al loro congiunto? Come si dice in questi casi: domandare è lecito, rispondere è cortesia.
Daniele Capezzone
*Presidente della Commissione
attività produttive della Camera