Scala, non si lavora i giorni di festa

Per i festivi non domenicali è prevista una retribuzione doppia

Stefano Zurlo

da Milano

Si erano già cimentati con i palinsesti della Rai, ma non avevano ancora messo mano al cartellone dell’opera. Ora anche questa lacuna è colmata: i giudici hanno detto l’ultima parola sulla stagione della Scala. Il 2 giugno non si lavora. I lavoratori - dagli elettricisti ai macchinisti e ai fonici - hanno tutto il diritto di stare a casa. E dunque senza un accordo fra le parti, il tempio della musica si deve fermare come un negozio o una catena di montaggio. A stabilirlo è stata la Cassazione, al termine di una lunga contesa in cui, com’è costume in Italia, i giudici si sono contraddetti a vicenda: il tribunale ha dato ragione alle maestranze, fortemente sindacalizzate e in buona parte ancorate alla Cgil, la corte d’appello al teatro, ora la Suprema corte conferma il verdetto di primo grado.
La contesa, è proprio il caso di dirlo, va in scena la sera del 2 giugno 2001. Le locandine prevedono Il figliol prodigo, trittico di danza, ma c’è un problema. Il 2 giugno non è più un giorno qualunque, com’era in precedenza, ma per decisione di Ciampi è stato elevato al rango di festività. La Scala ha pensato bene di parare il colpo offrendo la maggiorazione prevista per le domeniche, appunto il 60 per cento in più. Ma i centoventuno tecnici del palcoscenico non ci stanno e ne fanno una questione di principio: il teatro non può scavalcare il calendario e i sacri principi del riposo. Alla fine, sia pure fra qualche disagio, lo spettacolo si fa, ma la Scala, scottata, prova a cautelarsi. Cerca di far dichiarare illegittimo dalla magistratura quel comportamento. E già che c’è, chiede in prima battuta anche i danni, pur senza quantificarli. Mossa temeraria, perché il giudice Riccardo Atanasio dà ragione ai lavoratori. In appello ecco il ribaltone: la corte stabilisce «l’obbligo dei dipendenti di rendere la prestazione lavorativa anche nelle festività infrasettimanali, come richiesto dalla Fondazione Teatro Alla Scala». Manca ancora un atto, quello decisivo.
La Cassazione rovescia ancora il verdetto. Spiega che «non può venir meno un diritto già acquisito dal singolo lavoratore». E fa un’ulteriore, fondamentale considerazione: è vero che la Scala svolge una funzione importante, ci mancherebbe, ma non può essere per questo considerata come un ente che eroga «servizi pubblici essenziali», che quindi devono sempre essere «assicurati». Insomma, i treni devono viaggiare 365 giorni su 365, Verdi e Rossini possono pure pazientare e slittare a data meno sindacalizzata.
A quanto pare ci sono abituati. «Qualche anno fa - spiega Renato Zambelli, segretario per la Lombardia della Fistel Cisl - il teatro aveva proposto di andare in scena il 25 aprile, ma i lavoratori avevano chiesto un surplus del 200 per cento. La Fondazione innestò la retromarcia». Morale: tutte le date critiche, da 1 maggio al 15 agosto, sono viste come incroci pericolosi da evitare. Tutti a casa e niente scontri. E il 7 dicembre? «In quel caso - spiega Zambelli - c’è un accordo che prevede il 100 per cento in più, oltre a 24 ore di riposo da recuperare». «Se la Fondazione vuole - aggiunge Bruno Cerri, segretario generale della Slc Cgil Milano - può proporre ai lavoratori un accordo per il 2 giugno in cui si ridiscuta tutta la programmazione e i turni. Senza intesa non si può imporre il lavoro festivo». Nessuno ha la sfera di cristallo ma è facile azzardare una previsione: il prossimo 2 giugno sarà bene cercare un cinema.