Scalatori disabili in paradiso

Rolly Marchi

da Cortina d’Ampezzo

Succede una, tre, cinque volte all'anno che si debba lasciare il letto alle prime flebili luci del giorno. Mi è accaduto lunedì e alle ore cinque, dopo aver lasciato Cortina, mi trovavo davanti a una di quelle stupende montagne delle quali il grande Dino Buzzati si era chiesto «sono vere oppure un sogno?». Ero lì, di fronte si ergeva la splendida verticale torre chiamata Piccolissima di Lavaredo, la giornata si annunciava splendida e sul terrazzo dell'accogliente rifugio Lavaredo c'era fermento perché‚ sulla parete che tutti guardavano si stava avverando il «sogno», cioè di più, un evento che profumava di unicità.
Tre coraggiosi, tre fenomeni, un austriaco e due americani, avevano deciso di scalare la Piccolissima lungo la via tracciata nel 1934 dal celebre Riccardo Cassin e dai compagni di cordata Vitali e Pozzi, una «riga» verticale di sesto grado che si vede bene dall'attacco fino alla vetta. Ma perché tanto fermento? Perché i tre scalatori che l'affrontavano erano disabili: due ciechi e il terzo senza le gambe, perse dopo aver trascorso tre giorni e tre notti sotto una valanga. Fu trovato congelato, per evitare che la cancrena s'impadronisse di tutto il corpo i chirurghi gli amputarono le gambe. Ma non la passione per la montagna, al punto che lui stesso si adoperò a collaborare con alcuni tecnici per inventare due arti di acciaio eccezionalmente collaboranti. Al punto di divenire un alpinista unico, capace del sesto grado e anche oltre. Diversi sono gli altri due, trovatisi ad arrampicare assieme per un caso assolutamente straordinario, perché i nonvedenti da quarto o sesto grado sono certamente pochi al mondo. Successe un giorno di anni or sono che su una parete ci fossero due cordate, a distanza di una cinquantina di metri lungo la stessa via. Dalla prima cadde un masso che sfiorò uno scalatore della seconda, fortunatamente senza fare danno, «soltanto spavento». Ma dal basso salì un grido: «Stia attento perché, purtroppo, sono cieco». «Lo sono anch'io!» contraccambiò un grido dall'alto. Finita l'ascensione si conobbero e da quel giorno inventarono il «sesto grado dei non vedenti». Il nome di uno è Andy Holzer, anni 39, vive a Lienz non molto distante da Cortina, il nome dell'amico è Erick Weihermayr, anni 37, se ho capito bene dovrebbe vivere nell'americana Bolder, in Colorado.
C'era folla al loro ritorno al rifugio Lavaredo, un po' faticoso districarsi e non essere eccessivi. Di Erik è certo che è un fenomeno: è l'unico cieco ad aver raggiunto la vetta dell'Everest e di aver raggiunto anche tutte le altre cime più elevate dei sette continenti. Fenomeno? Fate voi. Qui al rifugio Lavaredo, gustandosi un bicchierone di birra mi pareva normale. E io ero contento di stargli accanto.