Lo scalone delle pensioni su cui inciampa Prodi

Caro direttore,
approfitto della sua cortese ospitalità per esprimere un garbato dissenso con quanto ha scritto ieri, in tema di età pensionabile, Nicola Porro nell'articolo «Incentiviamo la riforma». In materia di previdenza il governo Prodi ha commesso un grave errore, riaprendo il «vaso di Pandora» delle pensioni. Dopo un complicato lavorio durato per tutta la passata legislatura, la legge Maroni aveva completato le importanti riforme degli anni '90, correggendone il principale punto critico: quello di regole ancora troppo generose per il pensionamento di anzianità (che avevano regalato al Belpaese, in un decennio, la bellezza di 2,5 milioni di cinquantenni in quiescenza anticipata).
Lo «scalone» (Prodi vuol superare il brusco innalzamento da 57 a 60 anni dell'età minima a partire dal 1° gennaio 2008) è la sola misura che garantisce (a regime nel 2011) un risparmio di 9 miliardi di euro (lo 0,7% sul Pil). Il suo effetto non può essere minimamente sostituito da un sistema di incentivi e disincentivi (di quest'ultimo aspetto, comunque, i sindacati non vogliono sentir parlare) che non solo è inefficace ma finisce per produrre anche esiti iniqui (come si è in parte verificato - bisogna ammetterlo - col superbonus operante fino a tutto il 2007). Quanti andranno in pensione nei prossimi anni, infatti, si avvarranno (almeno fino al 2015) del metodo retributivo. Un lavoratore dipendente privato - che vada in pensione di anzianità a 58 anni l'anno prossimo - avrà coperto col proprio montante contributivo soltanto 15,4 anni rispetto ad un'attesa di vita (e di riscossione dell'assegno pensionistico) di 25,3 anni. Nel caso di un lavoratore autonomo di quella stessa età, la differenza è quasi di venti anni. Nel 2015 lo scostamento sarà rispettivamente di 8,1 e di 13,8 anni. È il caso, allora, di premiare con un incentivo questi lavoratori per convincerli a rinviare la pensione di qualche anno? Le più recenti analisi, inoltre, mettono in evidenza - anche per rafforzare l'adeguatezza dei trattamenti quando entrerà in vigore il sistema contributivo - l'opportunità dell'elevazione dell'età pensionabile minima. In sostanza - è una convinzione della stessa Ue che effettua da anni un monitoraggio sui sistemi pensionistici degli Stati membri - spostando in avanti (entro la fine del prossimo mezzo secolo) i requisiti anagrafici e contributivi, a 65 anni con 40 anni di contribuzione, gli interessati percepirebbero, senza eccessive variazioni, un trattamento corrispondente a quanto conseguito, nei primi anni 2000, da quanti sono andati in quiescenza a 60 anni con 35 di versamenti. Non facciamoci ingannare, direttore. Se il governo fosse davvero preoccupato per lo «strappo» dello scalone potrebbe limitarsi a «spalmarne» le tappe lungo un arco di tempo più lungo e graduale, senza rinunciare, cioè, ai punti di arrivo della legge del 2004 (61/62 anni per i dipendenti e 62/63 per gli autonomi). Del resto, pochi se ne sono accorti, ma anche nel campo della previdenza Prodi e TPS hanno applicato le medesime cattive culture ispiratrici dell'intera manovra di bilancio: aumentare le entrate attraverso le maggiori imposte anziché contenere la spesa corrente. La «stangata» contributiva prevista in Finanziaria (che colpirà dal 2007, pur in modo diverso, dipendenti, autonomi, atipici ed apprendisti) porterà un flusso di entrate aggiuntive (prelevate dalle tasche dei lavoratori) pari a 4,5 miliardi soltanto per l'Inps.
È per tale motivo che il Professore può permettersi di arrendersi nuovamente alla sinistra radicale e alla Cgil anche in materia di pensioni, tirando fuori da un cilindro sdrucito la trovata degli incentivi/disincentivi.