Gli scarcerati per clemenza costano il doppio dei detenuti

Roma - Indulto vuol dire sensibile aumento dei crimini, dal ’62 a oggi è sempre stato così. E questo si traduce anche in più del raddoppio del costo per la società di un singolo detenuto che, dietro le sbarre pesa sullo Stato per 70mila euro, ma fuori ha un costo sociale di 150mila euro. Non solo. L’indulto ha un doppio effetto negativo sul mercato criminale: mette a disposizione potenziali delinquenti e diminuisce l’effetto deterrenza della detenzione, perché crea nei criminali l’aspettativa di nuovi atti di clemenza. Sono le conclusioni di una ricerca condotta su dati Istat e Abi da due economisti italiani specializzatisi in Usa: Giovanni Mastrobuoni, assistant professor al Collegio Carlo Alberto di Torino e Alessandro Barbarino della Federal Reserve Board di Washington. Sulla base dei dati del passato si può fare una proiezione sui 25mila usciti dalle carceri grazie all’indulto del 2006: in un anno verrebbero commessi 1.348.500 reati in più. Ma sentiamo come Mastrobuoni ci spiega la sua ricerca.
Qual è la principale scoperta che avete fatto?
«Abbiamo studiato gli effetti dell’indulto, spesso collegato a un’amnistia, dal ’62 ad oggi. In questi anni è stato liberato tra il 20 e il 50 per cento della popolazione carceraria e si è ogni volta registrato un significativo aumento dei reati: considerati i dati del 2004, si può dire che per ogni persona liberata si registra ogni anno lo 0,38 in più di rapine in banca (serve liquidità appena fuori), il 3,8 di furti d’auto, l’1,5 di furti di moto, il 41 di altri furti, soprattutto borseggi, il 5 di frodi, lo 0,02 di omicidi, lo 0,03 di tentati omicidi, l’1,25 di altre rapine, lo 0,6 di crimini legati alla droga. Parliamo sempre di medie e di previsioni, naturalmente, basate sull’esame degli effetti degli atti di clemenza del ’63, ’66, ’70, ’78, ’81, ’86, ’90, mentre per il 2006 avevamo solo i dati dell’Abi».

Vuol dire che ogni atto di clemenza provoca un’impennata di criminalità?
«Sì, e quelli che vengono chiamati effetti marginali hanno dei costi sociali importanti. Si vara un indulto o un’amnistia per sfollare le carceri, considerando che ciascun detenuto costa 70mila euro l’anno. Ma i crimini che un detenuto liberato può commettere, alcuni in particolare, sono costosi per la società e, secondo il nostro studio, questo si può valutare il 150mila euro l’anno per ognuno degli interessati. Cioè, più del doppio del costo della detenzione».

Insomma, il rapporto costi-benefici economicamente è sfavorevole.
«Costerebbe molto meno allo Stato creare un modello da fornire ai magistrati per decidere caso per caso quali detenuti liberare, sull’esempio di quanto si fa in Usa. Si sa, per esempio, che gli anziani hanno meno probabilità di essere recidivi ( e infatti negli anni ’70-80 è successo che per gli ultra65enni si raddoppiasse il numero di anni condonati) e così anche le donne. E poi si può valutare il tipo di crimine commesso, distinguendo tra occasionali e abituali, oltre a calcolare l’indice di costosità di ognuno. Il codice penale prevede che i criminali abituali non beneficino di atti di clemenza, ma nel ’90 e anche nel 2006 questa eccezione non è stata fatta».

Una specie di indulto «ad personam»?
«Questa è la proposta che facciamo: valutare come vengono fatti oggi gli indulti e se c’è un modo per selezionare con più efficienza, in base ad una serie di variabili, gli elementi da liberare o no. Così si eviterebbero costi enormi per la collettività».

Quale altra lezione si può trarre dal vostro lavoro?
«Abbiamo voluto studiare l’economia del crimine, esaminando i dati dell’Istat e dell’Abi anche in relazione a quanto avviene regione per regione, per considerare le variazioni della criminalità rispetto agli atti di clemenza. E abbiamo verificato che nelle regioni in cui maggiore è il numero di liberati per indulto-amnistia la criminalità sale».

E che cosa comporta questo anche a livello di esempio per il resto della popolazione?
«La stima che abbiamo fatto riguarda gli effetti della detenzione sul crimine. Tra questi c’è anche l’"effetto incapacità", incapacità di delinquere naturalmente. Mettere una persona in carcere ha due effetti: 1) sottrarla al mercato criminale, 2) deterrenza per chi sta fuori e viene disincentivato a delinquere. Ma se così stanno le cose si può anche dire che l’indulto-amnistia ha un duplice effetto: 1) mettere sul mercato criminale potenziali delinquenti, 2) ridurre l’effetto deterrenza, provocando l’aspettativa di nuovi atti di clemenza. In sostanza, conviene commettere un crimine prima di un indulto, non subito dopo».

Queste vostre conclusioni, però, configurano anche un fallimento delle politiche di rieducazione, riabilitazione, formazione al lavoro e reinserimento nella società dei detenuti.
«Non sappiamo come sarebbe stata la situazione senza questo tipo di politiche, basate sulla pena che punta alla rieducazione. Ma, se la situazione è come emerge dalla nostra ricerca, non sembra che abbiano influito in modo determinante. Nel ’62 ogni 100mila abitanti avevamo 700 crimini, nel ’95 erano 4mila. E dopo l’ultimo indulto le nostre carceri sono di nuovo quasi piene».