Lo sceriffo dei prezzi «arresti» i sindaci

Una volta quando non si sapeva cosa fare si istituiva una commissione. Oggi si organizza una nuova autorità di controllo spesso senza poteri e con compiti fumosi. È il caso dell’ultimo arrivato, il «mister prezzi» o, se volete, lo sceriffo antinflazione. Se davvero ci fosse questo nuovo sceriffo i primi ad essere «arrestati» sarebbero i sindaci delle grandi città. Si dà il caso, infatti, che molti di essi siano la causa dell’affanno di milioni di famiglie italiane che non riescono a far quadrare i conti per l’impennata dei prezzi. E non ci riferiamo solo ai 2,5 milioni di famiglie che a giudizio dell’Istat sono povere. Altri milioni d’italiani ballano pericolosamente sul ciglio delle nuove povertà e in larga massima sono quelle che appartenevano ieri al ceto medio.
Molte sono le cause di queste nuove povertà (la scarsa crescita dell’economia negli ultimi dieci anni, il perverso cambio lira-euro), ma negli ultimi 12 mesi sta emergendo un fattore devastante, il forte aumento del prelievo tributario locale. Comuni, Province e Regioni non solo hanno incrementato il carico fiscale sulle famiglie attraverso varie addizionali sull'Irpef (oggi Ire) ma hanno scaricato su imprese artigianali ed esercizi commerciali aumenti di ogni tipo. Le tariffe sui rifiuti, quelle sull'occupazione di suolo pubblico e delle insegne pubblicitarie, l'Irap, tanto per fare solo qualche esempio, hanno registrato aumenti che in qualche città come Roma sono stati devastanti. Per non parlare dell'aumento vertiginoso delle multe sia in termini di numero che di valore che spesso costituiscono, per le difficoltà del traffico, una tassa occulta sulla vita quotidiana di moltissimi esercizi commerciali oltre che su tutti i contribuenti. Dopo mesi di criminalizzazione degli artigiani e dei commercianti, sta venendo alla luce questo perverso meccanismo che aumenta in maniera notevole i costi di esercizio e che puntualmente vengono traslati sui prezzi. Ci saranno, naturalmente, anche sacche di furbizia così come un aumento dei prezzi di alcune materie prime (vedi il grano), ma non c'è dubbio, ormai, che il grosso dell'aumento dei prezzi al consumo è strettamente collegato a questa gragnuola di aumenti di tariffe locali che nella loro parcellizzazione territoriale sfuggono spesso ad un'analisi macroeconomica.
Tra tutti gli indicatori che stanno venendo alla luce ce n'è, infatti, uno che testimonia più di ogni altro ciò che diciamo. Nel primo semestre di quest'anno il fabbisogno delle pubbliche amministrazioni che comprende Comuni, Province e Regioni, è migliorato di 17 miliardi di euro a fronte di un miglioramento del settore statale di appena 7 miliardi. Dal momento che gli Enti locali non sono diventati improvvisamente virtuosi (e anche se lo fossero diventati il tempo necessario perché le virtù si trasformino in risparmi è di qualche anno e non di qualche mese) è segno che delle due l'una, o non pagano i fornitori (ed in parte anche questo è vero) o hanno avuto un fortissimo incremento delle entrate.
Qualcuno può anche gioire di questo risultato di finanza pubblica ma non si accorge che l'impatto sull'economia rischia di essere regressivo aggravando ulteriormente le già modeste prospettive di crescita. Alla responsabilità degli enti locali si aggiunge poi l’impennata delle bollette, in particolare quella energetica, sol perché lo Stato non vuol bilanciare l’aumento del barile del petrolio con una riduzione del prelievo fiscale sulla benzina, diventando, di fatto, il vero socio in affari degli sceicchi. Uno scenario, come si vede, tutt'altro che virtuoso e che si inserisce in quella linea di politica economica del governo che continua a non capire come la vera emergenza del Paese sia la bassa crescita e che senza di essa non ci sarà risanamento che tenga.
Geronimo