Una schiera di bamboccioni mantenuti per sentenza

Figli di genitori separati: hanno più di 25 anni e un lavoro, ma
vogliono il vitalizio dal papà. E l’indulgenza dei giudici li rende
eterni adolescenti. L'avvocato: "La gioventù è troppo abituata a pretendere"

Milano - Nel 2006 la sentenza della Cassazione li ha resi definitivamente nemici. Lei sognava una vita da artista, le sue creazioni piacevano, ogni tanto una mostra e qualche soldo entrava. Niente di paragonabile però ad uno stipendio. In tribunale ce lo ha portato lei, con il sostegno morale della mamma e quello legale del suo avvocato. C'era un precedente - ha spiegato il suo legale - il fatto che i figli abbiano superato la maggior età non fa venire meno il diritto al mantenimento. I genitori devono comunque pensare ai figli. La battaglia per Martina di 28 anni era già vinta in partenza. Il tribunale di Monza ha dato ragione alla figlia: «La capacità della figlia maggiorenne di svolgere attività retribuita saltuaria in campo artistico, non incide sul diritto all'assegno, ma solo sulla sua determinazione». E il padre ha firmato l'assegno, e da quel giorno padre e figlia non si sono più parlati. Fine di un rapporto.

Sono storie di famiglie frantumate, a pezzi, alle spalle ci sono separazioni e divorzi. Cambiano i rapporti con i genitori, la paura più grande è che il tenore di vita scenda, che non sia più garantito. Qualche volta è un atto di giustizia. Molto spesso è solo il rifiuto di una generazione di crescere. Sono figli ingordi, che non si staccano da mamma e papà. In questi casi il divorzio diventa una scusa. Sindromi da abbandono che si curano con cospicui assegni staccati all'ombra dei tribunali. È lì che si combatte fino alla fine, fino all’ultimo centesimo, non c'è pudore e non c'è vergogna, l'unico obbiettivo è l'agognato denaro del padre. Sono i «bamboccioni» di Padoa-Schioppa. Sono giovani di 30 anni che hanno studiato, fatto corsi di specializzazione all'università, usufruito di stage all'estero, e non si accontentano. Vogliono di più. Sognano il vitalizio. Se lo sono guadagnati con lo status di figlio di separati. È il loro indennizzo contro anni di litigi tra mamma e papà, è il risarcimento per le domeniche saltate con il padre perché lui aveva da fare. È la piccola rivincita di fronte agli anni passati dall'analista. Così, si sentono liberi di rifiutare lavori poco redditizi perché sanno di avere un’ancora di salvezza, l'assegno di mantenimento, una rete che comunque li salverà dalla povertà e li metterà al riparo da scelte lavorative ritenute non all'altezza del loro ricco curriculum. Questa, perlomeno, è l'opinione di molti padri che si sentono «tartassati» dai figli.

La Federazione nazionale per la Biogenitorialità racconta che su 9mila casi, il 19 per cento dei padri versa un mantenimento per i figli non più minorenni. Duemila hanno più di 25 anni, il 6 per cento ha più di 30 anni. E da qui nasce un quesito giuridico, sociale e etico: fino a quando i figli sono a carico dei genitori? Quando trovano un lavoro? Quando fanno scelte indipendenti? Tutta la vita? «È un problema culturale - spiega Anna Galizia De Novi, presidente del centro per le riforme del diritto di famiglia -. La gioventù dovrebbe essere più connessa al dovere e non al diritto. Invece sono sempre più abituati a chiedere, pretendere. I fori di tutta Italia sono molto indulgenti, a volte troppo». Come il caso di quel 26enne che frequentava l’università a fatica, trascinandosi da una lezione all’altra, poca voglia e rarissimi esami sul libretto. L’orientamento della Cassazione è di assicurare comunque ai figli un contributo in denaro finché non raggiungono l'autonomia economica, «purché ciò non dipenda da un atteggiamento di inerzia o ingiustificato rifiuto del lavoro». L'età non conta. Non basta. Non è sufficiente. Ma c’è di più. Il primo impiego spesso saltuario e mal pagato serve a liberare il genitore dall'impegno economico nei confronti del figlio maggiorenne. Lo stesso discorso, chiaramente, vale per il lavoro nero. I padri ribattono: il giudice dovrebbe valutare non il lavoro, ma il guadagno. Non è finita l'era del lavoro fisso? I padri più esasperati vanno a bussare alla porta dell'investigatore privato chiedendo di indagare sul reddito del loro pargolo. Hanno il sospetto che qualcosa sia stato taciuto, che dall'altra parte non sia stata detta la verità. I figli non dicono che lavorano per non perdere il diritto all'assegno. Così, al detective spetta il compito di smascherare la vera professione del figlio. «Seguiamo il ragazzo ogni mattina, vediamo se i suoi spostamenti sono costanti, se esce e rientra alla stessa ora, mettiamo in atto tutti i nostri canali informativi, facciamo ricerche», ammette un investigatore della Ponzi spa. «Anni fa erano richieste molto rare - spiega - oggi invece sono sempre più all'ordine del giorno. Solitamente sono padri separati con un reddito medio-alto, che mal sopportano l'opportunismo dei figli». È la grande guerra della famiglia allargata, dove gli interessi si intrecciano e le responsabilità sono troppe, con padri costretti a scegliere tra figli di primo e secondo letto, con mogli ed ex mogli che sobillano, si lamentano, spargono sale sulle ferite. È la vittoria del dio denaro sugli affetti familiari. È una giustizia, un welfare state, una morale tutta da ripensare. La società «liquida» rende ancora più duri i conflitti.