«Ma per la scienza è la fine autentica»

D’Agostino: «La maggioranza degli esperti è d’accordo: quando tutto il cervello smette di funzionare, il corpo perde la sua unità e muore»

«Quella esposta da Lucetta Scaraffia è una tesi che esiste in ambito scientifico: ma è ampiamente minoritaria». Per Francesco D’Agostino, giurista, docente di filosofia del diritto all’università di Roma Tor Vergata e presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica, il concetto di morte cerebrale non è in discussione. «Si potrà dibattere sui criteri di accertamento, ma la maggior parte degli scienziati è d’accordo nella definizione».
Tutti gli scienziati sono d’accordo sul concetto di morte cerebrale?
«Il problema è complesso, tuttora convivono opinioni differenti. Ma quella prevalente, che rientra nella legislazione italiana e di molti altri Paesi, è: quando il cervello nella sua totalità (non soltanto la corteccia, ma anche il tronco) è morto, viene meno l’entità biologica del corpo intero. Questo perché l’unità organica dipende dal cervello: quando è totalmente morto, è impossibile mantenere l’unitarietà dell’organismo».
È una definizione che non suscita dubbi?
«Un problema è come accertare la morte cerebrale. Quando si può affermare che il cervello sia totalmente morto? I criteri di accertamento, certo, possono essere migliorati».
Secondo Scaraffia, alcune ricerche mettono in dubbio proprio il concetto di morte cerebrale.
«Ma con quali argomenti? Per gli scienziati, quando le cellule cerebrali sono morte, la distruzione del corpo è irreversibile. Il punto è: Scaraffia espone una tesi che esiste fra le dottrine scientifiche, ma è ampiamente minoritaria».
Se ne potrà discutere.
«È giusto che la scienza discuta. Ovviamente anche della teoria della morte cerebrale. Ma la maggior parte degli scienziati ritiene che essa sia la morte autentica dell’organismo».
E la legge?
«Accetta la morte cerebrale. E, prima di cambiare la legge, abbiamo bisogno di prove formidabili che la teoria sia sbagliata. Un criterio è necessario: altrimenti che fai, aspetti che il corpo sia putrefatto? L’alternativa è il caos».
Anche per i trapianti.
«La questione dei trapianti è irrilevante: vengono dopo. L’accertamento è compiuto da un neurologo, ed è indipendente dalla possibilità o meno di effettuare il trapianto. È chiaro che si faccia in casi particolari, perché è molto più sofisticato rispetto alla verifica della morte cardiaca».
Può spiegare?
«Se cede il cuore di un novantenne, una diagnosi del medico di base è più che sufficiente. Ma se un ragazzo di vent’anni ha avuto un incidente, l’accertamento della morte cerebrale vale la pena, seppure molto più lento e costoso, anche in vista di un trapianto. La legge però è chiara nel separare i due momenti».
Un’altra obiezione è: la persona non si identifica con le sole attività cerebrali. Questa teoria è davvero riduttiva del concetto di persona?
«La scienza parla dell’organismo e dice che i suoi organi funzionano in maniera coordinata solo finché funziona il cervello. Se no, manca il coordinamento. La teoria dice che cosa sia l’organismo, non la persona. Per la scienza il corpo è morto quando tutto il cervello è morto: ed è per questo che è così difficile stabilire il decesso di un vegetale».
Allora il concetto di persona non c’entra?
«C’entra, ma non in prima battuta. La legge italiana che consente ai medici di accertare la morte cerebrale non prevede una posizione filosofica sul concetto di persona. Infatti la teoria della morte cerebrale vale anche per gli animali. La teoria della persona si applica solo agli esseri umani: è chiaro che entri in gioco ma, per il medico, quello che muore è un organismo animale».