SCIENZA tra sfide e sconfitte

Il declino degli studi e delle scoperte in Italia iniziò ben prima e oggi è difficile recuperare i cervelli fuggiti altrove

In un recente confronto con il professor Rubbia su energia e ambiente riportato da Repubblica, il professor Veronesi ha espresso, in disaccordo con il suo interlocutore, una opinione ragionata favorevole al «nucleare civile». Una presa di posizione ferma e coraggiosa in un Paese come il nostro, dove si sentono solo le strambe «verità» urlate di Verdi e di ambientalisti dai colori anche più accesi alla ricerca di voti. Le argomentazioni in favore del «nucleare civile» in Italia, sporadicamente divulgate sui giornali dai pochi vecchi specialisti ancora in vita e da giovani studiosi che nutrono ancora delle speranze, acquistano naturalmente maggiore rilievo se esposte, senza eccessivi tecnicismi, da una personalità molto nota, come Veronesi.
Quelle più accessibili a tutti, probabilmente già condivise dalla maggioranza dei cittadini, si riassumono facilmente: la fonte di energia nucleare è l'unica che potrà sostituire progressivamente, ma in tempi ragionevoli, quelle tradizionali per la produzione di grandi quantità di energia elettrica e darci una sufficiente indipendenza energetica, assolutamente indispensabile per programmare razionalmente il nostro sviluppo, moderare la dinamica dei prezzi dei prodotti energetici fossili (petrolio e gas in particolare), stabilizzare il costo del kwh ed affrancarci dai sempre più probabili ricatti politici dei Paesi fornitori di questi prodotti; l'energia nucleare è la sola che possa ridurre efficacemente le emissioni di gas ad effetto serra sul clima del nostro pianeta, anche se questa minaccia è stata esagerata notevolmente fino a diventare un vero e proprio ecoterrorismo utile a fini politici.
A livello mondiale, solo la fonte nucleare può assicurare per alcuni secoli una produzione di energia sufficiente a soddisfare l'aumento della sua domanda, dovuto ad una crescita esplosiva e difficilmente arginabile della popolazione negli ultimi decenni ed alla contemporanea e legittima elevazione della sua qualità di vita. È privo di senso bruciare fino all'esaurimento, ormai prevedibile con una buona approssimazione, le riserve naturali di combustibili fossili. Che dovrebbero essere gestite con maggiore parsimonia sia per le inevitabili necessità attuali sia per i bisogni diversi delle future generazioni.
L'opposizione al nucleare utilizza argomentazioni egualmente note. E costruite: sulla «paura di Chernobyl», di cui la maggioranza dei cittadini non conosce né le cause né gli effetti reali constatati ed analizzati dagli organismi internazionali di controllo né gli interventi successivi già realizzati e quelli tuttora in corso sul sito e nelle zone circostanti di quella centrale nucleare (costituita da 4 unità di produzione); sui danni presunti e i rischi delle «scorie radioattive», di cui pochi conoscono le quantità, la loro classificazione ed i metod utilizzati per trattarle e gestirle.
E sono ancora meno conosciuti gli elementi ed i risultati della comparazione fra i molti milioni di metri cubi di rifiuti tossici o altamente tossici che le industrie «tradizionali» producono, nei Paesi più avanzati come in quelli che lo sono di meno, e le «scorie» di cui è questione. Sulla convinzione di poter utilizzare le cosiddette «energie rinnovabili», in particolare quella solare e quella eolica, per dare una soluzione definitiva ai crescenti bisogni di energia.
Sembra opportuno aggiungere, su quest'ultimo punto, che la possibilità di dialogo, almeno nel nostro Paese, fra coloro che sostengono il nucleare e quelli che hanno «scoperto» ciò che era già noto da millenni appare praticamente nulla.
Si potrebbe trovare, forse, un punto di convergenza se i problemi fossero affrontati con razionalità: per soddisfare gli enormi ed inevitabili bisogni di energia, tutte le fonti di energia disponibili possono dare un contributo. In particolari condizioni, il «sole» ed il «vento» possono essere utili a risolvere dei problemi specifici e/o locali. Ma bisogna convincersi, utilizzando il linguaggio dei numeri, che il contributo che essi possono dare alla soluzione globale del problema energetico è, purtroppo,molto modesto e, comunque, molto costoso. Essi sono paragonabili all'acqua minerale nel bilancio idrico del Paese. A queste fonti di energia «rinnovabili» è stato aggiunto il «risparmio energetico» che, per definizione, non è una fonte di energia, ma di cui nessuno ha mai ha messo in dubbio l'utilità. Già noto agli uomini primitivi, è stato da sempre praticato da «padri» e «capi-uffici», sempre attenti a spegnere le luci lasciate accese dai figli distratti e dagli impiegati frettolosi. Per ottenere maggiori risparmi sempre sollecitati, certamente si possono aggiungere alle generiche raccomandazioni altri interventi più efficaci, fabbricando macchine meno voraci di energia, proteggendo meglio le abitazioni dal caldo e dal freddo, ecc... Ma non è difficile capire che «il risparmio energetico», anche a volerlo considerare una «fonte di energia», si esaurisce più rapidamente delle altre. Ed oltre un certo limite, qualsiasi sforzo per aumentarlo comporta dei costi insostenibili a fronte di risultati trascurabili.
Queste poche considerazioni hanno il solo scopo di attirare l'attenzione sulla necessità di una migliore, più completa e diffusa informazione sui problemi energetici in generale e sul «nucleare civile» in particolare. Nel nostro Paese molto di più, purtroppo, che negli altri grandi Paesi europei, a seguito dell'ormai tristemente famoso referendum, che non ha fermato soltanto le nostre due centrali nucleari di Torino e Caorso e quella allora in costruzione di Montalto. Gli effetti, di gran lunga più dannosi, sono stati l'arresto quasi totale di qualsiasi attività industriale e di ricerca nel settore e la dispersione (o la perdita definitiva) di un nucleo apprezzabile di specialisti, faticosamente messi insieme, che si è accompagnata al declino delle scuole di specializzazione, per mancanza di studenti e, probabilmente, anche di professori.
Non è certo facile ricostituire quel modesto ma prezioso patrimonio di competenze. D'altra parte sembra egualmente utile notare che la ricerca nucleare è stata, per tutti i Paesi che la hanno perseguita con grandi mezzi e con determinazione, una opportunità unica di innovazione tecnologica generalizzata, formazione di personale scientifico e tecnico numeroso e di alto livello, creazione e/o modernizzazione e potenziamento di grandi sistemi industriali.
In contrapposizione, in Italia la ricerca nucleare è stata sempre modesta, quasi insignificante. Per ragioni qui non facilmente riassumibili, non è mai stato elaborato e perseguito un piano energetico nazionale seriamente orientato alla produzione di energia elettronucleare.
Una politica («p» o «P» ?) tradizionalmente ambigua, forse timorosa di fare delle scelte rigorose e non modificabili o forse costretta a non farle da condizionamenti ideologici o altro, ha sempre evitato astutamente la responsabilità di elaborare un riferimento sicuro che potesse giustificare l'impiego di grandi risorse per sviluppare una tecnologia di casa nostra e l'insieme delle infrastrutture umane ed industriali necessarie per realizzare un programma di costruzione di centrali elettronucleari. Dimensionato per assicurare al nostro Paese una sufficiente e duratura indipendenza energetica. Il Referendum non fu l'inizio di un processo di disgregazione, ma la sua conclusione. E Chernobyl fu solo la ghiotta occasione per giustificarlo.
*ingegnere nucleare