La scienza sperimenta l’ottimismo

Dalle crisi finanziarie al riscaldamento globale, dalle malattie al
terrorismo: illustri fisici, biologi, psicologi e antropologi spiegano
perché il futuro dell’uomo non è nero come profetizza qualcuno

Chi l’ha detto che gli scienziati sono catastrofisti? Al massimo saranno tali quelli dell’Ipcc, l’ente delle Nazioni Unite incaricato di studiare i cambiamenti climatici. O qualche virologo dell’Organizzazione mondiale della sanità, troppo lesto nell’annunciare pandemie. Ma sono eccezioni. In linea di massima gli scienziati sono inguaribili ottimisti, lo sguardo rivolto al futuro, certi in cuore di avere le idee giuste per mettere a posto due o tre cosette che non vanno o che ancora non si conoscono.

Il Saggiatore porta in libreria in questi giorni 153 ragioni per essere ottimisti (pagg. 424, euro 21) a cura di John Brockman. Un gruppo di scienziati risponde alla stessa domanda: «Cosa ti rende ottimista?». Fra loro vi sono molti personaggi notissimi, ad esempio Jared Diamond, Richard Dawkins, Lisa Randall, Ray Kurzweil, Gino Segré, Brian Eno, Daniel C. Dennett, Lawrence M. Krauss. Ecco quindi un menu alla carta con ricette per risolvere i problemi energetici, democratizzare l’economia globale, aumentare la trasparenza governativa, debellare le dispute religiose, ridurre la fame nel mondo, potenziare la nostra intelligenza, sconfiggere la malattia, progredire nella morale, migliorare il concetto di amicizia, trascendere le nostre radici darwiniane, capire la legge fondamentale dell’universo, unificare tutti i saperi, abbattere il terrorismo, colonizzare Marte.

Certo, ci sono alcune discrepanze. Ad esempio Richard Dawkins è ottimista perché da qualche laboratorio salterà fuori la legge del tutto, la teoria finale, capace di spiegare ogni fenomeno fisico. Franck Wilzeck è invece ottimista per il motivo opposto: grazie a Dio nessuno sembra in grado di approdare al risultato auspicato da Dawkins, e il mondo continuerà a sorprenderci ancora a lungo. C’è chi è ottimista perché finalmente la religione sarà bollata come pura e semplice superstizione. E c’è chi rovescia la frittata e si dice ottimista perché finalmente la scienza riconoscerà che la religione non può essere bollata come pura e semplice superstizione. Insomma, è garantita una varietà d’opinioni bipartisan.

Tra i problemi più dibattuti, c’è quello della pace. Affrontato da tutti i punti di vista. Per gli antropologi, ad esempio, è un dato di fatto statistico: andiamo verso la fine della guerra. Sul XX secolo grava il sangue di cento milioni di vittime (calcolo di Lawrence Keeley in War Before Civilization). Una cifra spaventosa. Eppure sarebbero state due miliardi se i nostri tassi di violenza fossero pari a quelli di una società primitiva media, in cui il tasso di mortalità causato dalla violenza raggiungeva il cinquanta per cento. Per i neuroscienziati, è anche un problema di cervello e ormoni sessuali. Roger Bingham, ad esempio, è ottimista perché un numero maggiore di donne rispetto al passato siede al tavolo delle trattative sul controllo degli armamenti. Le pari opportunità non c’entrano. Il punto è che la sicurezza globale, in un’atmosfera carica di testosterone, risulterebbe meno garantita. Per i biologi, pur essendo gli uomini «programmati» per distinguere fra Noi e Loro (cioè fra buoni e cattivi), le categorie sono destinate a diventare sfumate grazie all’evoluzione.

Il programma è vasto e ci vorrà un po’ di tempo. Mentre il migliore dei mondi possibili è in via di allestimento, ricordiamo cosa disse il filosofo Bertrand Russell: «Per noi, per quelli per cui la sicurezza è diventata monotonia, per cui le crudeltà primitive della natura sono così remote da diventare un puro piacevole contorno alla nostra ordinata routine, per noi il mondo dei sogni è molto differente da quello che era durante le guerre tra guelfi e ghibellini». Una profezia ottimista datata 1914.

Anche il clima e lo spauracchio del riscaldamento globale sono temi ampiamente dibattuti all’insegna dell’ottimismo. Tra le profezie sulle fonti alternative, in mezzo a quelle più scontate, spicca l’incredibile ottimismo del neuropsicologo William Calvin. Il quale vorrebbe incoraggiare la crescita del cibo preferito dalle balene, il fitoplancton, capace di separare il carbonio dall’anidride carbonica. Potrebbe rimuovere il Co2 in eccesso, se potesse crescere non negli abissi marini ma in acque calde con mangimi selezionati. Gregory Benford, fisico, ha un piano per raffreddare l’Artide e trasformare la scienza del clima da passiva ad attiva. Per i test propone, in futuro, le atmosfere di Giove e Venere. Anche gli scenari legati alle tecnologie digitali sono sorprendenti. Anche se la previsione più ottimista è quella del matematico e scrittore Rudy Rucker che ne prevede la scomparsa: diventeranno inutili una volta sviluppate le nostre capacità telepatiche. La medicina genetica prospetta vite sane fino alla decima decade e oltre attraverso la manipolazione delle cellule staminali e le diagnosi preventive.

Il libro, oltre a essere divertente, è anche serio. Nel mazzo delle risposte, ce n’è una al contempo molto scientifica (anche se non si direbbe a prima vista) e umanistica. Forse non sarà la più avvincente, senz’altro è la più toccante. Alison Gopnik, docente di psicologia a Berkeley, alla domanda «Perché sei ottimista?» ha risposto così: «Perché nasceranno nuovi bambini». Chi perderebbe tempo a inventare un futuro migliore se non ci fossero nuovi bambini? E invece immaginare alternative preferibili al mondo attuale per lasciarle in eredità a chi viene dopo di noi «è il più grande dono evolutivo inscritto nel nostro Dna».

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