Scontri e morti a Gaza, Hamas minaccia

Quando sono entrati sulla sabbia di Gaza, oltre il confine, i carri armati israeliani l’hanno fatto di corsa, sollevando nuvole di polvere. Ma per ora di questo si tratta: polvere. Qualche centinaio di metri, e si sono fermati. Non c’è per ora un’autentica reazione israeliana ai missili kassam di Hamas su Sderot. Anche gli attacchi degli elicotteri contro le strutture militari di Hamas che hanno distrutto un edificio nel quartiere Rimal e hanno ucciso ieri mattina tre membri dei commando, non fermeranno l’escalation; i missili sono una funzione degli scontri fra Hamas e Fatah che anche essi possono acquietarsi ma non sparire.
Perché questo avviene? Perché Israele non risponde se non parzialmente? Hamas è responsabile del sangue e delle distruzioni di queste giornate di orrore e architetto di uno snodo strategico inevitabile e machiavellico. Con uno schema semplificato, qui si misura da una parte l’impossibilità di un accordo funzionante fra Islam estremo e moderato e la maggior forza della parte islamista; e dall’altra, la difficoltà occidentale di fermare un’organizzazione senza regole e decisa a uccidere i suoi e gli altri in nome di un progetto «voluto da Dio».
Alla Mecca Hamas e Fatah avevano siglato nel febbraio un accordo di non belligeranza: ma l’incompatibilità degli scopi delle due parti si è trasformata nella decisione di Hamas di prendere il sopravvento rispetto all’Olp che è sempre stata di Fatah; l’impegno di Hamas a fare dell’Autonomia Palestinese una parte dell’asse che intende distruggere Israele e l’Occidente antagonista per esso, dell’Islam, si è scontrata ontologicamente con lo scopo di Abu Mazen di stringere un accordo per ottenere territori dallo Stato ebraico col sostegno occidentale. La mallevadoria saudita è risultata molto debole di fronte all’impegno di Khaled Mashaal, il capo di Hamas a Damasco, verso l’Iran: Ahmadinejad spende centinania di milioni di dollari per tenere sulla griglia Israele e l’Occidente finanziando l’asse Hezbollah, Siria, Hamas.
Gaza dall’uscita di Israele si è trasformata infatti in una roccaforte sullo stile del Libano del sud, traforata da gallerie che sono casematte, piena di tonnellate di tritolo, di missili terra aria e antitank, di terroristi importati. 6000 uomini fanno parte oggi di una milizia privata di Hamas, ben esercitata in campi situati qua e là in Medio Oriente, e presto il loro numero arriverà a 12mila. Mashaal pensa anche che il suo ruolo odierno è quello che fu un tempo di Arafat, che il suo pensiero e il suo ruolo di collegamento con la jihad mondiale siano la strada per la vittoria; Mashaal non farà nessun compromesso se non temporaneo, la religione e l’Iran non glielo permettono. In più, pensa che attaccare Israele con i kassam oltre a compiacere i suoi sponsor, trascinerà un debole nemico dentro una guerra molto promettente, simile a quella voluta da Nasrallah, che gli consegnerà la leadership di tutti i palestinesi. D’altra parte, Olmert tentenna.
Il governo, dopo le accuse della commissione Winograd, cammina su un filo. Se entri a Gaza, gli dicono, puoi fermare i missili, ma devi affrontare di fatto una nuova guerra in cui la parte avversa usa i civili, riacquista coesione a tue spese, magari porta a casa una «forza internazionale» come quella di cui parla D’Alema che certo non combatterà il terrorismo, mentre Hamas può riempire Israele di attacchi terroristi suicidi, come ha già minacciato ieri. Ieri durante l’ennesima sirena che ripeteva l’allarme: «Tzeva adom», colore rosso, fra le grida di disperazione, la gente impazzita che correva con le mani sulla testa, si è vista una madre che dietro un’auto si accovacciava sulla sua bambina per difenderla, e ragazzi che entravano dalle finestre sugli autobus che sgomberavano la folla a spese del miliardario Gaydamak. Il comune ha aperto liste cui si possono iscrivere quelli che «per motivi seri» non ce la fanno più a restare in città. Uno smacco morale evidente per Israele, una spinta a reagire quanto prima. Ma alcuni consiglieri militari dicono: colpiamo piuttosto obiettivi puntuali, creiamo dentro Gaza una situazione che spinga la popolazione a fermare la politica di Hamas, blocchiamo le infrastrutture civili, ma non impantaniamoci in una guerra. Altri insistono: ricordiamoci del Libano e agiamo conseguentemente a Gaza, se avessimo usato le truppe di terra gli hezbollah oggi non sarebbero di nuovo armati e pronti per il sandwich nord-sud con Gaza, che nei loro disegni strangolerà Israele.
Quello che si può notare è che l’umore palestinese è estremo, Hamas e Fatah hanno compiuto crimini spaventosi l’uno contro l’altro, siamo al punto che militanti di Hamas hanno ucciso cinque dei loro che erano tenuti in ostaggio da Fatah pur di uccidere i nemici. Anche Fatah ha giuocato la sua parte con grande ferocia. Però se si pensa che Mohammed Dahlan, il capo storico della fazione di Fatah a Gaza non è in loco ed ha presentato un certificato medico per un’operazione mentre la sua famiglia è al Cairo, è facile capire chi domina il campo. www.fiammanirestein.it