Scorporare: sì, ma che cosa? La rete Telecom è fatta così

Sono (quasi) tutti d’accordo a separare la rete di accesso dell’ex monopolista. È “solo” sul come che si discute. Per chiarezza, ecco come funziona il sistema nervoso del nostro Paese<br />

Torna d'attualità lo scorporo della rete di Telecom Italia. Praticamente tutti sono d’accordo, ma le sfumature sono tante; a cominciare da che cosa si intenda per «scorporo». Le ipotesi vanno dallo scorporo funzionale (la rete fisica resta di Telecom, ma viene gestita da un dipartimento separato) allo scorporo fisico (viene creata una nuova azienda che avrà la proprietà della sola rete e venderà accessi a tutti allo stesso prezzo).

Anche sull’oggetto dello scorporo si discute: Stefano Parisi di Fastweb spinge perché interessi una vasta porzione della rete, visto che «il futuro è nella fibra ottica che partirà dalle centrali territoriali, a monte dell’ultimo miglio». E gli fa eco Pietro Guindani di Vodafone: per lui «la separazione funzionale va applicata a tutti i livelli o il problema si riproporrà». Altri vedono meglio la separazione del solo ultimo miglio, il tratto che arriva fisicamente a casa degli utenti. Al momento in cui scriviamo il Ministero delle Comunicazioni è al lavoro per modificare i poteri del Garante nelle Comunicazioni affinché «la rete di accesso sia gestita con criteri di neutralità, di autonomia e di separazione funzionale dalle altre attività dell’impresa titolare di notevole forza di mercato».

Il ministro Gentiloni propende dunque per lo scorporo funzionale, non necessariamente limitato all’ultimo miglio; un po’ il modello inglese, dove la rete al dettaglio è gestita da One Reach, una branca dell’ex monopolista Bt. Una eventualità che non spiace neanche ai vertici di Telecom, non foss’altro che per «sgombrare il campo dalle accuse che spesso ci vengono rivolte di scarsa trasparenza».

Anatomia della rete
Quale che sia il tipo di scorporo, è ora di fare conoscenza con la rete Telecom, il sistema nervoso del nostro paese, definita a suo tempo «una risorsa naturale non replicabile».

Nata nel 1850 come ragnatela di pali telegrafici, già nel 1870 diventa intercontinentale e a partire dal 1980 comincia il passaggio da elettromeccanico a digitale. Costruirne un duplicato, oltre che spaventosamente costoso, sarebbe anche poco sensato; il problema oggi è fare il passaggio dalla tecnologia Atm a quella Ip, non tirare rame e fibra.

La rete telefonica pubblica, nota come Rtg (Rete telefonica generale, o Pstn che in inglese significa la stessa cosa) è la versione moderna del tavolo di commutazione dove, all’inizio del secolo, eserciti di operatrici infilavano a mano gli spinotti per collegare il telefono di chi chiamava con quello di chi riceveva.

Il backbone nazionale è l’ossatura della rete che porta dati e telefonate, mescolate insieme. La spina dorsale delle nostre Tlc si chiama Rete di trasporto, e le sue uscite sono gli Stadi di gruppo di transito. Possiamo vederla come una ferrovia ad alta velocità che ha 65 stazioni; tre di queste sono anche gateway internazionali (Milano, Roma e Palermo) e portano le telefonate e i dati in tutto il mondo. Sono collegati tra loro attraverso reti ad alta velocità; i vari tronconi di rete hanno capacità che varia tra i 622 e i 2500 Mbps, a seconda del traffico che devono gestire. È interessante notare che nel momento in cui escono sui gateway internazionali, tutto il traffico (voce e dati) è convertito in pacchetti Ip, e quindi in realtà tutte le chiamate internazionali viaggiano sul protocollo Voip.

Sulla rete nazionale le telefonate escono da una delle 65 centraline del Gruppo di transito per essere convogliate nel secondo livello della rete, lo Stadio di Gruppo Urbano che fa capo a un distretto telefonico. Il passaggio dal backbone nazionale al Gruppo Urbano può avvenire attraverso cavi in fibra interrati oppure tramite ponti radio. La rete Telecom ha 628 centraline di Gruppo Urbano. Da oltre un trentennio, a questo livello il segnale analogico telefonico è convertito in digitale, con un bit rate di 65Kbps che è il massimo che può portare un singolo canale telefonico. Dal gruppo urbano, tramite connessioni che per scelta di Telecom devono avere una portata minima di 155 Mbps, si arriva all’ultimo anello della catena, lo Stadio di Linea; sono le foglie dell’albero, in Italia ci sono 10.500 centraline di Gruppo di Linea per servire 8100 comuni.

L’ultimo miglio
Lo Stadio di Linea è dove i provider possono mettere i loro apparecchi per l’ultimo miglio; da qui in poi infatti partono i doppini, in fasci da 2400 fili doppi, che raggiungono gli «armadi di concentrazione». Qui i fasci vengono suddivisi in quaranta tronconi da 60 doppini che arrivano alle «torrette di concentrazione», di solito poste per strada. Dalla torretta i fili escono in gruppetti di sei fasci da dieci doppini l’uno per raggiungere la chiostrina, uno scatolotto che sta a casa dell’utente. Ora più che di ultimo miglio si può parlare di ultimi metri, visto che dalla chiostrina i doppini passano direttamente alla presa tripolare del telefono che abbiamo in casa. Va notato che la velocità minima di connessione tra Gruppo Urbano e Gruppo di Linea è, come abbiamo visto, 155 Mbps. Una capacità non particolarmente alta, ed è anche il motivo per cui alcune zone del paese non possono avere l’Adsl; se il gruppo urbano ha solo la capacità minima, basta per la voce (che come abbiamo visto richiede 65 kbps per ogni telefonata) ma non per la banda larga.

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