Scrivere romanzi non è un gioco di scatole cinesi

Com’è noto, il metateatro e il metaromanzo non sono altro che teatro dentro il teatro, e romanzo dentro il romanzo. Questo gioco affabulatorio, spinto fino alle estreme conseguenze, può sembrare simile alle scatole cinesi o alla matrioska con tutte le sue simili in misura sempre più piccola l’una dentro l’altra, e comporta quindi gravi rischi di monotonia e di sgradevole artificio; per di più, esso, che può presentarsi come virtuosismo creativo, in realtà costituisce spesso una semplificazione dell’arte dello scrivere, e cioè: non riuscendo l’autore a collegare armonicamente fra loro i momenti e i personaggi della sua opera, li incastra l’uno nell’altro con qualche meccanico accorgimento compositivo.
Queste riflessioni mi sono state sollecitate da due romanzi appena finiti di leggere, e dovuti a due autori di qualche talento, non sufficiente tuttavia a indurli a narrare più unitariamente le storie che erano loro a cuore o nella mente: Laura Bocci, con il romanzo Sensibile al dolore (Rizzoli, pagg. 260, euro 17,50) e Paolo Maurensig con il racconto lungo Vukovlad (Mondadori, pagg. 109, euro 12).
La Bocci, esordiente, spezzetta la narrazione in racconti entro il racconto di tutto ciò che lei sa di cultura psicoanalitica e letteraria e, naturalmente, di se stessa, rispecchiandosi evidentemente nell’io narrante (o leggente di un diario altrui, o immaginante la tragedia altrui e persino gli epiloghi delle rispettive esperienze esistenziali).
L’autrice rivela un indubbio anche se ancora acerbo talento, espresso nell’impetuoso raccontare, intersecandovi riflessioni personali, memorie, emozioni: non gradevole è l’eccessiva baldanza di chi ha un’opinione così alta di sé da poter rivelare con disinvoltura e quasi esibire le proprie debolezze. Lo stile, come si diceva, è fluido, tanto da apparire troppo disinvolto nel trattare temi rilevanti come quello ricorrente dei rapporti con gli uomini: rapporti di solito molto polemici, riservati soprattutto a uomini fra i cinquanta e i sessanta anni (l’«età grigia», secondo l’autrice), quasi sempre intellettuali e talvolta psichiatri: una fascia antropologica piuttosto angusta, direi.
Paolo Maurensig è un veterano dell’affabulazione effettistica e sensazionalista, e questo suo breve romanzo è forse il più prevedibile dei suoi testi. Qui le scatole cinesi sono due soltanto, ma molto pesanti: due coniugi stanno a Capri e - precisa inutilmente l’autore - alloggiano ad Anacapri; il marito, il primo io narrante - dopo aver riferito la storia che un signore anziano, ex sottufficiale polacco e secondo io narrante, gli infligge con ostinazione degna di miglior causa - tornerà poi in primo piano nella conclusione del libriccino per trarre la «morale» del racconto neogotico appena ascoltato, e noterà che questo può forse, in definitiva, essere considerato una vittoria contro il Male.
La vicenda è basata su temi non gradevolmente disarmonici, anche se occorre riconoscere un indubbio virtuosismo stilistico, in tutto degno di quel professionista della scrittura che Maurensig ormai è: due fratelli, uno dei quali licantropo, è buono, mentre il normale è perfido: questo viene ucciso dal fratello buono ma lupomannaro; i luoghi sono quelli dei monti Tatra in Polonia; siamo al tempo dell’ultima guerra mondiale e si attende l’attacco finale dell’esercito tedesco. Tutto ciò, su lugubri sfondi lunari e lamenti e suppliche di una giovane e bella contadina che deve sottomettersi allo stupro del margravio (il fratello pseudo-buono del licantropo buono autentico) che si avvale del risuscitato e medievale ius primae noctis. Poi le cannonate della Wehrmacht che avanza. Così finisce la matrioska interna, e torna quella esterna, con commento finale dell’io narrante l’altrui narrazione, contenente cauti ma evidenti propositi di edificazione o almeno di esorcismo.
Chiedo scusa per qualche complicazione linguistica, ma era impossibile fare altrimenti in queste complicate vicende letterarie.