Lo scudetto delle pistole

Tifosi armati in campo costrinsero l’arbitro a «vedere» il gol mai fatto

Leandro Arpinati è citatissimo. Il gerarca fascista bolognese è descritto come il vero «omino nero», in tutti i sensi, degli Anni Venti. Nel 1927 intervenne nel «primo presunto broglio a carattere nazionale» revocando lo scudetto vinto dal Torino. In realtà già due anni prima fu protagonista nell’assegnazione controversa di un altro scudetto. La partita era Genoa-Bologna, decisiva per la vittoria nel girone Lega Nord e per il diritto a sfidare la vincitrice della Lega Sud per lo scudetto (unanimemente ritenuta quasi una formalità vista la superiorità delle squadre del Nord). E di questa partita si parla a pagina 313 di «Tutto il marcio minuto per minuto». Ma se ne parla in quanto primo match giocato «alla chetichella», in gran segreto, alle 7 del mattino, «senza che i giornali potessero darne notizia». Tutto confermatissimo dalle cronache. Era la quinta e decisiva sfida tra Genoa e Bologna perché allora non esistevano tempi supplementari e calci di rigore. E le partite finite in parità andavano ripetute. Ma il vero scandalo, quella volta, fu un altro. E a questo proposito, il libro di Enzo Catania e Mario Celi ricorda che «la terza partita era finita con un gol assegnato al Bologna. Per questioni di sicurezza come ammise lo stesso arbitro».
Ecco la storia completa di quel Genoa-Bologna e dello scudetto «vinto» dal gerarca Arpinati e vice presidente (poi presidente) della Federcalcio. All’andata il Genoa vince 2-0 a Bologna. Sembra finita. Invece a Genova sono gli emiliani a passare. Tutto da rifare. Si torna in campo, ma a Milano, sul terreno del Milan: 7 giugno 1925. Il Genoa chiude il primo tempo sul 2-0. Giovanni De Prà, il mitico numero uno genoano, devia in calcio d’angolo un tiro e l’arbitro Mauro indica la bandierina. È l’occasione che scatena i tifosi del Bologna. Invasione di campo di decine di persone armate e guidate da alcune camicie nere. L’arbitro sospende la partita, viene accerchiato, poi decide di riprendere il gioco mettendo palla a centrocampo: il tiro sarebbe entrato in porta e non uscito in calcio d’angolo. La partita finisce poi 2-2 con un evidente fallo di Pozzi impegnato a trattenere De Prà impedendogli la parata. Mauro tranquillizza i giocatori: è solo per motivi di ordine pubblico, la partita sarà un 2-0 a tavolino. Sul referto però l’arbitro parla solo di «presenza di alcuni estranei sul terreno di gioco».
Si va al quarto match, che il 5 luglio finisce 1-1. Tutto da rifare, ma la Federcalcio avverte che si rigiocherà a settembre. Suggerisce alle squadre di mandare i calciatori in vacanza. Il Bologna però continua gli allenamenti e dopo un mese, a sorpresa, arriva la convocazione: si gioca il 18 agosto, alle 7 di mattina. A porte chiuse, senza che la stampa possa neppure dare notizia della partita. Il Genoa prova a rifiutarsi ma viene minacciato, rischia la radiazione. Si gioca, con Leandro Arpinati e alcuni dei suoi amici unici spettatori. Si dice che i ragazzi allenati da mister Garbutt abbiano perso 1-0 con un gol in contropiede a cinque minuti dalla fine, nonostante la differenza di preparazione. Scudetto al Bologna che poco dopo batte (4-0 e 2-0) l’Alba Roma nelle finalissime nazionali.