Lo scudetto? Lo inventò d’Annunzio

«Io non sono un intellettuale dello stampo antico in papalina e pantofole», sosteneva Gabriele d’Annunzio, e mantenne sempre fede alla dichiarazione. Se a tutti sono note le sue imprese d’amante guerriero, lo sono meno quelle di sportivo multiforme. Già negli anni dell’adolescenza, mentre il padre si inorgogliva a toccargli «i muscoli del braccio induriti dalla sbarra fissa e dalle parallele», il Collegio Cicognini dichiarava l’alunno d’Annunzio «degno di piena lode nella scuola obbligatoria di scherma e degno di molta lode in ginnastica».
Al Vittoriale, nel nuovo «Museo d’Annunzio Segreto», sono da poco esposti appunti e schizzi autografi che riportano esercizi ginnici nei quali il poeta si cimentava quotidianamente sin dagli anni Dieci e fino alla vecchiaia. Poco distanti, i guantoni da boxe ci restituiscono l’immagine di un uomo quasi anziano che si allenava, faceva piegamenti e torsioni e tirava colpi al punching ball. Ma nessuno, o quasi, sa che fu proprio lui a inventare il simbolo più caro ai tifosi di calcio: lo scudetto.
Sempre attento alle novità, di qualunque tipo e da ovunque venissero, al giovanissimo Gabriele non era sfuggito il football, nato da poco in Inghilterra. Già nel 1887, a 24 anni, gioca con una «palla di ottimo cuoio, con camera d’aria inglese», acquistata a Londra dall’amico musicista Paolo Tosti, per il quale anni dopo avrebbe scritto il celebre testo di ’A Vucchella. Con quel pallone si allenava insieme agli amici, instancabile, sulla spiaggia di Francavilla, vicino a Pescara: finché un giorno l’uomo che avrebbe superato immune tante cadute da cavallo ebbe il più grave incidente della sua vita, a parte quelli – ben più noti – di quando in guerra diventò l’Orbo veggente per un ammaraggio malriuscito e quando, nel 1922, cadde (o fu spinto?) da una finestra del Vittoriale. Ebbene nel 1887, durante un’azione di calcio, cadde (o fu atterrato?) e perse due denti. Da allora non giocò più, ma conservò il pallone, si presume per palleggi solitari.
La passione per il calcio riemerse nel 1919-20, durante l’impresa di Fiume. D’Annunzio aveva occupato la città – come un condottiero rinascimentale - per ottenere che i trattati di pace la assegnassero all’Italia. A Fiume volle che le attività sportive si inquadrassero in una nuova concezione della vita e della cultura. Non c’era festa, non c’era ricorrenza che non prevedesse gare e ludi competitivi. Presso il comando militare venne istituito un ufficio specifico per lo sport, al quale fu riservato un ruolo importante; nella Carta del Carnaro – una delle Costituzioni più avanzate del ’900 – d’Annunzio stabilì che a tutti i cittadini di ambedue i sessi fosse garantita «l’educazione corporea in palestre aperte e fornite».
Prima ancora della Carta, d’Annunzio – innovatore, inventore e creatore inesauribile – pose per la prima volta lo scudetto tricolore sulle maglie degli «azzurri», lo stesso scudetto che poi sarebbe stato assegnato alle squadre vincitrici del campionato. Avvenne durante la partita disputata domenica 7 febbraio 1920, a Fiume, fra la squadra del Comando e quella cittadina, per rafforzare i rapporti fra i volontari al seguito del poeta e i civili fiumani. I militari, che rappresentavano l’Italia, ovvero il ricongiungimento con la madre patria, indossavano la maglia azzurra con uno scudetto verde-bianco-rosso nella foggia che la terminologia araldica definisce «sannitico-antica». La nazionale di calcio ufficiale, invece, indossava la maglia azzurra con lo scudo crociato bianco e rosso dei Savoia. D’Annunzio, monarchico sincero, volle probabilmente dimostrare con il tricolore che la «sua» squadra non rappresentava soltanto il potere ufficiale – il governo di Nitti (ribattezzato «Cagoja») lo osteggiava - ma l’Italia tutta.
L’incontro si svolse al campo sportivo di Cantrida, arbitrato dal tenente Masperi, consigliere delegato della Federazione Italiana Gioco Calcio, e fu vinto dai fiumani, fra i quali c’erano calciatori dilettanti e semiprofessionisti, che batterono 1 a 0 una compagine eterogenea di bersaglieri, fanti, arditi, aviatori e marinai, futuristi, avventurieri. L’immancabile rivincita venne giocata il 9 maggio 1920 e si concluse ancora con la vittoria dei fiumani per 2 a 1. Prima della partita d’Annunzio pronunciò un discorso, appuntato in una pagina autografa oggi conservata negli archivi del Vittoriale: «Questo campo è un campo di combattenti, questo giuoco è un giuoco di combattenti. In una vecchia cronaca fiorentina si dice del calcio gioco proprio e antico della città di Firenze, a guisa di battaglia ordinata. I campioni di tutti i reparti qui si addestrano alla rapidità, all’agilità, al colpo d’occhio sicuro, al coraggio sprezzante, alla lunga lena. Qui si foggiano i muscoli forti e gli animi grandi. Il gioco a guisa di battaglia ordinata è la preparazione all’assalto d’armi. Per ciò io non assisto alla festa di oggi se non come combattente capo di combattenti. Pronti? Io grido. E voi come mi rispondete? Pronti!». Mi piace pensare che Zeman – condottiero più che allenatore – usi le stesse parole con i giocatori del Pescara, città natale di d’Annunzio che Zeman sta riportando in serie A.
A Natale il nuovo capo del governo, Giolitti, dette ordine all’esercito di allontanare d’Annunzio e i suoi uomini con la forza dei cannoni, per riconsegnare la città agli accordi internazionali. D’Annunzio, già Vate d’Italia e eroe della Prima guerra mondiale, accrebbe il proprio mito: Mussolini, che il poeta disprezzava, capì dalla sua impresa che lo Stato poteva venire sfidato con la forza e vinto; Gramsci, conscio del fascino esercitato dall’eroe sul popolo e sedotto dalla forza rivoluzionaria della costituzione fiumana, nel ’21 andrà invano al Vittoriale, a Gardone Riviera, per proporgli di unirsi al neonato Partito comunista italiano. A ulteriore dimostrazione della sua popolarità, proprio alla fine di quel ’21 un referendum della Gazzetta dello Sport proclamò Gabriele d’Annunzio «atleta dell’anno».
Nel ’24, dopo un accordo con il governo jugoslavo, Fiume venne annessa all’Italia: non sarebbe accaduto senza l’impresa di d’Annunzio e non è un caso che in agosto la Federazione Italiana Giuoco Calcio abbia approvato il distintivo tricolore per la squadra campione d’Italia. Lo scudetto di d’Annunzio, però in foggia «svizzera», comparve allo stadio Marassi il 10 ottobre ’24 sulle maglie del Genoa. Nel ’25 passò al Bologna e nel ’26 alla Juventus, modificato con l’inserimento dello stemma sabaudo. Nel campionato nazionale ’28-29 giocò anche l’Unione Sportiva Fiumana, con alcuni atleti delle partite dannunziane. Ma il vero trionfo calcistico del Vate avvenne quasi dieci anni dopo la sua morte: il 27 ottobre ’47 la nazionale Italiana di calcio giocò a Firenze contro la Svizzera, stravincendo nella sua prima partita postbellica: gli azzurri avevano sul petto lo scudetto tricolore di d’Annunzio, quello «sannitico».
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