La scuola dei deboli

Ogni tanto salta fuori questa storia del bullismo nelle scuole. I dati veramente tragici sono altri, ma a quelli penseremo un'altra volta, come sempre. Ma il bullismo no, sul bullismo non si può transigere.
Perché in un modo o nell'altro ci vanno di mezzo i nostri figli. Non la loro educazione o il loro futuro, non il fatto che dai loro riccioli biondi e dai loro abiti di marca salti fuori prima o poi un uomo adulto in grado di assumersi le sue responsabilità, non la loro felicità, chi se ne frega, ma quel tipo che gli punta il coltello, quell'altro che lo minaccia...
Tranquilli, papà. Tranquille, mamme. Il bullo (che c'è sempre stato) non prende di mira il vostro figlioletto alto un metro e novanta, che magari non diventerà mai un uomo vero però è palestrato e sa il fatto suo. Il bullo prende di mira i deboli, i disperati, i disadattati. Prende di mira la fragilità quando ancora non ha un nome, perché la scuola non ci farà diventare più intelligenti, però è fatta di gente che se ne sta vicina vicina, talvolta pigiata, dove i messaggi elettrici, le comunicazioni fatte con il corpo, l'odore delle persone si trasformano in dichiarazioni complete e firmate. E la fragilità ha sempre un odore riconoscibile.
Inutile chiedere comprensione per i deboli. Bisogna cominciare ad averne un po' anche per il bullo, primo perché anche i bulli, poveri scemi, sono vittime del bullismo, secondo perché i bulli - cari papà e care mamme - siete voi. A voi forse i deboli piacciono? No davvero, però è un fatto che voi i deboli non li picchiate né li umiliate. Magari ci si limita a cambiare scuola ai propri figlioletti, li iscriviamo alle private non perché c'importi un fico secco della proposta educativa della tal scuola ma perché nella scuola statale ci sono più marocchini e cinesi che italiani e allora diosanto come si fa a svolgere il programma?
Il programma è il grande alibi di tutti. Dei politici come degli educatori. Non conta la trasmissione della conoscenza, ma lo svolgimento del programma. Non sono ancora alle Guerre Puniche. Non sono ancora a Hegel. Non ha importanza tutta la cacca che ti infileranno in testa facendo Hegel a quel modo, e nemmeno la fortuna che avrai facendolo in un altro modo.
Ma la debolezza dei deboli non è che l'area di sfogo (sulla quale si è tutti più o meno d'accordo, perché la vittima deve saltar fuori sempre, da qualche parte - non è forse vero anche per i vostri posti di lavoro, signori direttori del personale?, signori direttori generali?, signori capufficio?) di una debolezza ben più grande.
Lo sapete chi è il debole per eccellenza, nella scuola? Ve lo dico io. È l'insegnante. Col suo stipendio ridicolo che pubblicità può fare a Platone, a Cicerone, alle derivate e a Mendel? Lui che ieri fino a sera ha dovuto dare ripetizioni sulla consecutio temporum, su «suus» ed «eius», cosa dirà stamattina su Orazio?
Bisogna essere molto chiari su questo punto. Un uomo che guadagna così poco a quale patto può comunicare il valore di quello che fa? A patto che i valori che lo uniscono ai suoi ragazzi siano chiari. Per poter dire a un ragazzo di oggi «guardate, io sono povero, però vi dico che conoscere Platone è importante» con la speranza di essere capiti è necessario sapere con chiarezza che esistono valori superiori al denaro, al potere e al successo. È necessario che lo sappia il ragazzo, ed è necessario che lo sappia anche l'insegnante, perché se non lo sa è inevitabile che renda sul lavoro nella misura dei quattro soldi che guadagna.
Bisogna insomma, cari genitori, che voi abbiate insegnato qualcosa di importante ai vostri figli, mettendoli nelle condizioni di ascoltare davvero quello che viene loro detto a scuola. L'avete fatto? E bisogna anche che qualcuno o qualcosa abbia trasmesso agli insegnanti il senso di quello che fanno.
Viceversa, se il prof viene trattato come un fallito, uno «sfigato», e se comincia a trattare se stesso in questo modo, nessun contenuto può più essere trasmesso, e la scuola ha finito di vivere. Il bullismo cresce su questo terreno.
Un grande scienziato francese mi diceva che, nel suo Paese, capita che un'insegnante si senta dare della nazista dai suoi colleghi perché insegna ai ragazzi la grammatica. Da noi forse queste cose non succedono, ma succedono cose analoghe. Dietro il dilagare del bullismo non è difficile vedere, in molti casi, la connivenza dell'insegnante, che essendo solo come un cane finisce per stare dalla parte del più forte.
E così tutto rischia di soggiacere alla mera legge di gravità, e la scuola si trasforma nel proprio esatto contrario, dal momento che lo scopo della scuola è quello di informarci dell'esistenza di un fattore - si chiama «uomo» - superiore alle leggi di gravità, perché dotato di intelligenza e libera volontà, cioè di un «io».
Che fine hanno fatto l'intelligenza e la libertà nella scuola? Non appena qualche ragazzo alza la mano e comincia a porre questioni serie, non appena le cose studiate cominciano a trasformarsi in quel tormento che è l'inizio della cultura in un giovane, non appena lo studio si scontra con una domanda profonda, la cosa più frequente che può accadere è che il prof si irriti, liquidando il problema con due battute (specie se ha l'appoggio dei «capetti» della classe).
Perciò dobbiamo stare bene attenti a non ridurre il problema della violenza nella scuola a un calcolo egoistico, a un'angoscia da teleromanzo, del tipo «dove manderemo i nostri bambini?».
L'Ocse, in un'indagine di qualche anno fa, comunica che oltre il 30% dei giovani, alla domanda «qual è il posto dove non vorresti mai andare?» risponde «la scuola». L'avevo già scritto e lo ripeto: questa è la vera emergenza, la vera tragedia. La scuola è un posto dove non ha senso andare. Non ha senso e non comunica senso.
Non dico queste cose contro l'insegnante, ma contro questo mondo cane che l'ha lasciato completamente solo, contro il «familismo amorale» (De Rita) delle famiglie, contro lo Stato che ha trasformato il problema della scuola in un problema occupazionale (le tre maestre alle elementari hanno portato qualche miglioramento?, non scherziamo) fregandosene dell'educazione dei ragazzi, e contro i sindacati - che il diavolo se li porti - che hanno preferito schiacciare la dignità dell'insegnante in modo tale che l'insegnante, umiliato, continuasse ad avere bisogno di loro (senza accorgersi che proprio «loro» erano una delle cause principali della sua situazione).
Tutto questo rende ancora più commovente il lavoro di tantissimi insegnanti che, nonostante le avverse condizioni, continuano a credere in quello che fanno e cercano di accompagnare il più possibile i ragazzi nel loro cammino.
Dove c'è un vero lavoro, dove ci sono ragioni e motivazioni, dove il ragazzo può fare un po' di esperienza educativa, il bullismo resta isolato e cala fino a scomparire.