Alla scuola dei luoghi comuni restiamo i primi della classe

In letteratura ci si ferma a Svevo, in storia al 1945 e si confonde
l’arte col bello. Il mondo è "global", ma noi siamo provinciali. Ecco
perché urge una vera riforma

«C’è da meravigliarsi che i bambini siano sempre più sfacciati? I genitori gli permettono tutto. Prima gli appioppavano un paio di ceffoni, uno a destra e uno a sinistra, e i bambini dovevano filar dritto. Le cose a questo mondo non vanno più bene. Finché sono piccoli non studiano un minuto, e quando sono grandi non lavorano un minuto». A parlare così non è mia zia, ma la Therese di Elias Canetti in Auto da fé, e siamo nel 1935. Si potrebbe pensare lo stesso dei bambini moderni ormai cresciuti e partecipanti dei reality che riflettono la meglio gioventù, il Paese che riflette i reality? Ma siamo sicuri siano peggiori degli adulti, dei genitori, dei conduttori, degli insegnanti? Cotanti figli non saranno degni della sedimentazione di cotante generazioni passate, per le quali, alla fine, la cultura è sempre stata molto provinciale? Insomma, pur passando i decenni, che cosa resta impresso, nella memoria a lungo termine, nelle sinapsi di chi ha passato l’esame di maturità, nel Trivial Pursuit inoculato nei diplomati di ieri, oggi, domani usciti dalle scuole italiane? Se la scuola non si sbriga a darsi una mossa, se la riforma dell’istruzione, più che mai urgente, dovesse ritardare, finiremmo col ritrovarci sempre allo stesso punto. Questo.

LETTERATURA
La letteratura moderna si ferma a Svevo e D’Annunzio (Calvino come lettura estiva, baroni rampanti, visconti dimezzati e città invisibili da propinare sempre, fin dalla culla), e non esce quasi mai dai confini: Proust, Joyce, Flaubert, Kafka, Musil, Valéry sono nomi misteriosi, nella mente restano impressi solo I Promessi Sposi di Manzoni, in versione molto provvidenzialistica e linguisticamente formativa (grande enfasi alle «risciacquature in Arno» per dare una lingua al Paese, quasi che Alessandro fosse una lavandaia morale e come se Leopardi se ne sbattesse della lingua), e la Divina Commedia di Dante, come canone obbligatorio da accettare acriticamente e non rileggere mai più, infatti Benigni che legge Dante fa felice tutti: ci si sente più colti senza troppa fatica. Si privilegia il prodotto nazionale, perfino di Shakespeare, tra i massimi vertici della letteratura mondiale, resta un «essere o non essere» e, bene che vada, Romeo e Giulietta. Al massimo rimane in mente qualcosina di Pirandello, il Mattia, l’uomo dal fiore in bocca, uno nessuno centomila, rigorosamente in chiave freudiana spicciola, perché ci sarà scappata senz’altro una recita scolastica o un evasivo matinée al teatro comunale. Si rammemorano, per il resto, qualche uccellino di Pascoli, la gamba di Maroncelli di Pellico, i sepolcri di Foscolo, tutto letto in una dimensione frignona e lamentosa. Per cui ci si dilunga sul Didimo Chierico e sull’Ortis e si ignorano Sterne e Goethe, per il provincialismo di non rivelare quanto eravamo provinciali. (A Napoli stessa minestra, ma condita in versione meridionalistica: i più colti, come i miei zii napoletani, dalla Commedia dell’Arte arrivano a Eduardo come massima espressione artistica, i più giovani, come i miei cugini napoletani, partono da Nino D’Angelo e Arbore e arrivano a Gigi D’Alessio).
Leopardi ridotto a poeta lunare del «pessimismo cosmico» (lo Zibaldone non esiste, la gente corre a Recanati per piazzarsi di fronte alla siepe e sperare di vedere l’infinito), per cui poverino, era brutto e gobbo e sfigato, fosse stato bello avrebbe pensato come Zequila o Belén Rodriguez. Non per altro la letteratura è «narrativa», non ha nessuna funzione conoscitiva, è il racconto di una storia («Hai letto il libro?», «No, ho visto il film»). Ecco perché quando dico che scrivo romanzi chiedono tutti «di che genere?», poiché la scuola italiana, anziché insegnarti che se un romanzo è di genere non è arte, ha inculcato il contrario: ogni romanzo appartiene a un genere (e in genere a un colore: giallo, rosa, noir...). Se siete abbastanza consapevoli e arroganti, come me, rispondete: «Lo stesso genere di Proust». Però se vi va male e l’interlocutore è un lettore del Corriere Magazine, potrebbe rispondere «Ah, ho capito... lo stesso di Piperno?».

STORIA
Parte dalle guerre puniche, che nessuno ricorda cosa e quando siano (si citano per indicare tempi lontanissimi, neppure fossero il Paleozoico), e si ferma alle guerre mondiali. Per il resto nessuno sa bene chi abbia davvero vinto la seconda e neppure come sia iniziata, perfino il patto Molotov-Ribbentrop è tutt’oggi un’informazione da servizi segreti, per non parlare dell’Erp e della Nato, tutt’al più allegre gite ai campi di concentramento organizzate da professori di sinistra per mettere in guardia ieri contro i fascisti, oggi contro Berlusconi. Paradossalmente più ci si avvicina ai tempi nostri e meno si sa, per cui uno studente ha sentito nominare Carlo Magno, ma non sa che cosa abbia fatto esattamente Franklin Delano Roosevelt o chi fosse il conte Sforza. In mezzo, del secolo precedente, qualche reminiscenza patetica su Mazzini, Garibaldi, il Risorgimento, la spedizione dei Mille, il trasformismo, Goffredo Mameli, l’elmo di Scipio di cui l’Italia si è cinta talmente la testa che non si sa bene chi è né perché sia all’inizio dell’inno nazionale. Come la Costituzione, tutti a difenderla, ma nessuno la conosce, e d’altra parte a che serve? Mica siamo negli Stati Uniti, dove torna sempre utile per esempio appellarsi al Quinto Emendamento.

ARTE
Si esce da scuola con un’idea mimetica, neorealistica e puramente artigianale dell’arte, e assolutamente visiva e visivamente «universale». A nessuno salta in mente che Giotto fa schifo se destoricizzato, tutti vanno ad Assisi e dicono «che bello», ma guai a studiare perché. Idem al Louvre (a Lourdes per i concorrenti del Grande Fratello), si fa la fila davanti alla Gioconda, perché la si è vista stampata su magliette e cartoline e giornali, perché è famosa quanto un tronista, perché non si sa bene perché. Se si potesse le si chiederebbe un autografo, ci si accontenta di una cartolina. L’arte contemporanea non esiste e di fronte a un Fontana o un Duchamp l’italiano scolarizzato dice «potrei farlo anch’io», per cui nell’Ottocento avrebbero comprato un Puvis de Chavannes di merda e non un Van Gogh. Alla fine si esce dalla scuola dell’obbligo con in testa la stronzata secondo cui non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.

SCIENZA
Se ne ha un’idea confusa e sospettosa, le cause sono complicate. Per esempio mentre negli Stati Uniti non si può insegnare religione nelle scuole perché confliggerebbe con la biologia, in Italia si mischia tutto e l’idea dell’universo è più o meno quella medievale, è un miracolo che la Terra non sia reputata ancora piatta. Le stelle sono lassù, le stelle cadenti per molti sono stelle che cadono, i dinosauri chissà se c’erano sull’Arca di Noè e i fossili di trilobiti, brachipodi e archeociati di cinquecento milioni di anni fa convivono con l’idea di Adamo e Eva. Mentre la paleoantropologia, la biologia evolutiva e la genetica scandagliano la vita, Darwin lo si conosce ancora attraverso la deformazione religiosa, per cui si legge ancora tranquillamente che «l’uomo discende dalla scimmia», cosa che non ha mai pensato neppure Darwin (figurati a dire a qualcuno la verità, altro che scimmia, discendiamo tutti da un cianobatterio e abbiamo geni in comune perfino con i piselli). Sarà causato da questa diffidenza inoculata verso la scienza il successo di ciò che è «alternativo» anche in medicina, alternativo ai test scientifici e al doppio cieco. Infatti (non solo in Italia), appena diplomati si è disposti a credere a tutto: ufo, fantasmi, miracoli, omeopatia, telepatia, la bellezza della natura, tranne che alla verità.

MATEMATICA
Due più due fa quattro e la matematica non è un’opinione, ma qui sì, forse perché a forza di dire che le opinioni si rispettano, è matematico che soggettiva sia diventata anche la matematica. Quindi se a scuola si boccia chi dice che 3 per 3 fa 6, in qualsiasi trasmissione tv o dibattito pubblico non esistono dati certi, basta sentir parlare due politici di economia, per uno il Pil si è alzato, per l’altro si è abbassato, per uno c’è più disoccupazione, per l’altro meno, e sono inconfutabili entrambi, nessuno può smentire nessuno. Sicché non esistono verità oggettive neppure sui numeri. Ecco perché, perfino quando ci sono le elezioni, vincono sempre in due.