Scuola, la tolleranza zero rimandata al 2009

I primi dati raccolti nelle scuole dimostrano che i bocciati sono circa il 5 per cento: in tutto appena 30mila studenti su un totale di 600mila

Ricordo un compagno del mio Liceo antico che ogni anno si beccava almeno un paio di esami a settembre. Alla data fatidica, lui cadeva malato. Anno nuovo, allo squillo della prima campanella, eccolo al suo posto, tra i vecchi sodali. Il Preside organizzava una sessione suppletiva, ma intanto il tempo era passato, i programmi marciavano: che senso aveva rispedirlo nella classe precedente? I prof lo torchiavano un po' di più alla prima occasione. Il mio amico - un tipo sveglio - aveva genialmente precorso di qualche decennio il sistema dei «debiti formativi». Una soluzione che, individuale, poteva anche essere brillante. Generalizzata, ha esposto la scuola ai rischi delle finanziarie americane, sbriciolate dall'insolvenza dei mutui: troppi ragazzi con lacune pregresse, debiti non saldati nel dimenticatoio del «sei asteriscato», un'insufficienza che poteva essere voragine, preventivamente sanata dal recupero a venire. Da quest'anno si cambia: verifica secca, o sì, o no, prima di ricominciare. La pedagogia di base (quella sul campo, intessuta di buonsenso, retta da tensione educativa, che schiva come la peste i polveroni sociologistici) afferma che ad opporre un no si fa più fatica che a concedere un sì: è più impegnativo, più coinvolgente, più costoso in termini di relazione con l'altro, se si lavora perché l'alt arrivi al culmine di un processo ponderato, giustificato e spiegabile in termini lineari, limpidi. Ecco perché non stupisce troppo che il flusso dei dati in arrivo dalle Regioni sugli «esami di riparazione» confermi quanto, in fondo, ci si aspettava: che i no (le bocciature) sono una percentuale molto bassa (più pesante nei Tecnici che nei Licei), secondo lo schema della Maturità, che della prova ha conservato solo i macchinosi cerimoniali burocratici. Non è mai liscio come l'olio invertire una rotta che, diciamolo con franchezza, era più indolore, comoda e gradita alla maggior parte. Secondo: allo scrutinio (parlo da ex-prof), siamo assuefatti a soppesare «globalmente» la persona. Un tratto umanistico, prezioso, della nostra tradizione pedagogica, che però non deve far ombra alla valutazione sulle competenze, specie nella scuola superiore, metodica, propedeutica agli studi universitari. L'esame settembrino è più ad personam: devi «riparare» latino o matematica, inglese o fisica. Una materia che ha la faccia, il timbro di voce, lo stile didattico di quel ben preciso insegnante: d'accordo, il voto finale è sottoscritto da tutti, ma la parola spetta sempre al titolare della disciplina. Che questa volta deve uscire allo scoperto, dire un sì o un no che poco hanno a che vedere con le motivazioni generali, gli excursus psicologici che hanno imbevuto (a pieno diritto, s'intende) lo scrutinio di fine d'anno. Qui si tratta di verificare una competenza. Tot esercizi svolti; tanti concetti, se non perfettamente digeriti, almeno rimasticati; una base di sapere che garantisca il profitto del passo successivo. Bisogna far valere l'idea che se non te la cavi con l'aoristo greco o con le leggi della termodinamica, devi rivederti tutto, per un anno. Non sarà facile: ma è doveroso. La «riparazione» non può essere di facciata, trita messinscena di fine estate. Quel «no», che è un segnale forte, un argine al pressappochismo, allo svilimento di ogni impresa educativa, alla furbizia di chi crede sempre di farla franca, di mettersi in pari (se non di sgomitare davanti) senza mai rimboccarsi le maniche, quel «no» la nostra scuola deve saperlo scandire. Non per riappropriarsi di un potere (parola grossa), ma di un'autorità (parola seria), dal latino, augere, «far crescere, maturare». La scuola che boccia a ragion veduta non è l'impero del male. Quella senza regole dei todos caballeros è infida e pericolosa, perché genera illusione, frustrazione e ingiustizia. Un pessimo inizio per chi imbocca la strada della vita.