Scuole islamiche, l’intolleranza s’impara sui libri

Lezione numero 1: «Tutte le religioni esistenti sulla terra non hanno alcun valore. L’unica, vera religione è quella islamica, le altre sono inutili, false e perniciose per chi le pratica».
Lezione numero 2: «L’intero universo è composto da diavoli ed esseri umani che devono abbracciare l’Islam abbandonando le loro false religioni, altrimenti finiranno tutti all’inferno». Lezione numero 3: «Il Profeta disse: non vengo ascoltato da cristiani ed ebrei che dopo la loro morte saranno condannati all’inferno».
Non sono i brani di un sermone ascoltato in chissà quale moschea, è molto peggio di così: sono, parola per parola, gli insegnamenti che vengono impartiti ai bambini delle scuole elementari dell’Islam. E non a Damasco, a Teheran e neppure al Cairo o in Arabia Saudita ma qui nelle scuole islamiche italiane, quelle a due passi da casa nostra. Tutti contenuti in una serie di guide didattiche che spiegano minuziosamente agli insegnanti cosa devono dire ai loro allievi quando affrontano in classe la più importante delle lezioni: quella dedicata al Corano e alla religione musulmana.
Abbiamo assistito per giorni alle dichiarazioni festose di chi si era adoperato per l’apertura della scuola islamica di via Ventura, a Milano. Per giorni abbiamo ascoltato consiglieri comunali, assessori ed esponenti politici spiegarci che magnifico segnale di lungimiranza fosse l’inaugurazione di questo nuovo istituto che va ad aggiungersi alle decine e decine di altri, più o meno clandestini, più o meno illegali che operano sul nostro territorio. Per chi protestava c’erano gli ammonimenti di parlamentari e ministri: «Il problema è quando le scuole si chiudono, non quando si aprono». Perché mai, si aggiungeva, dovremmo negare ai musulmani ciò che concediamo ai tedeschi, ai francesi o agli americani?
La risposta eccola qui, nelle paginette colorate di queste guide in lingua araba che circolano tranquillamente nelle scuole islamiche d’Italia, con tanto di minareti e moschee in copertina. Compilate, si badi bene, non da musulmani qualunque, ma dal ministero dell’Educazione dell’Arabia Saudita, ovvero del Paese che sostiene e finanzia molte delle nostre moschee e anche molte di queste scuole. Basta prendersi il disturbo di tradurle e poi leggerle per scoprire pagina dopo pagina, in un crescendo ben orchestrato, quale sia l’ideologia che le ispira e quali nozioni verranno trasmesse ai bambini che dovrebbero diventare cittadini del nostro Paese, integrati nella nostra società e pronti a condividere l’insieme di principi e valori sui quali essa è fondata.
Le lezioni delle guide sono molto chiare in proposito: «È proibita per ogni musulmano», è scritto, «la fedeltà e la lealtà verso coloro che non aderiscono alle leggi dell’Islam e non obbediscono al suo Profeta».
Nelle scuole dell’Islam in Italia, quei bambini cresceranno, dunque, con una sola convinzione ben radicata: ogni forma di lealtà verso il paese di infedeli in cui vivono è un grave peccato, se non addirittura un vero e proprio tradimento nei confronti della loro stessa religione. Davvero non si sa se essere più sgomenti per il fatto che precetti come questi siano alla base dell’istruzione delle nuove generazioni di immigrati o per il fatto che siamo noi stessi a spianare loro la strada. Ma c’è un altro passo in questi opuscoli che dovrebbe destare ancora più allarme. «I discepoli del Profeta», è scritto ancora, «hanno dato l’esempio migliore di fedeltà e lealtà a Dio e alla sua religione, uccidendo i loro stessi familiari quando si rivelano infedeli». Una riga più sotto c’è anche l’indicazione del tema in classe che dovrà accompagnare lo svolgimento di questo illuminante pensiero: «Si possono amare gli ebrei e i cristiani?». Provate a indovinare quale potrà essere la risposta degli alunni. Proviamo a chiederci, quando saranno più grandi e lasceranno la scuola, che effetto gli farà sentir parlare di integrazione e di convivenza proprio con i cristiani e gli ebrei che i loro maestri gli hanno insegnato che è meritorio eliminare come prova di fedeltà alla loro religione.
Insegnamenti di questo genere hanno fatto sì che in Marocco, in Algeria e in Tunisia la religione coranica non sia più materia ufficiale d’insegnamento nelle scuole. Per combattere il fondamentalismo sul suo stesso terreno, è stata trasformata in «storia e cultura delle religioni», una disciplina che insegna per prima cosa agli scolari, fin dalle classi elementari, il rispetto e la dignità di tutte le credenze di fede. Ed è questo anche il senso della proposta avanzata in questi giorni da Gianfranco Fini: per arginare il fenomeno delle scuole coraniche e agevolare l’integrazione, cominciamo col favorire l’ingresso dei figli degli immigrati nella scuola pubblica italiana. Attraverso l’istituzione per loro di corsi supplementari di lingua, storia e religione islamica, nel quadro di quel dialogo sempre più necessario ed urgente tra religioni e culture diverse. Ovviamente con programmi approvati dal ministero della Pubblica Istruzione. E altrettanto ovviamente con insegnanti abilitati a svolgere un compito di formazione così delicato e importante.
Dalle prime reazioni delle forze politiche di maggioranza non sembra ci sia la volontà di prenderla in considerazione. Si vede che la presenza nel nostro Paese di scuole dove l’insegnamento della religione coranica è il primo passo verso la guerra santa contro l’Occidente, procura loro sonni più tranquilli.